Valeria Corciolani fa poker con la colf e l’ispettore: ecco l’anteprima del nuovo libro
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Valeria Corciolani fa poker con la colf e l’ispettore: ecco l’anteprima del nuovo libro

Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autrice e del suo editore, un estratto dal nuovo libro della scrittrice chiavarese Valeria Corciolani. Il suo lavoro, quarto capitolo della saga dedicata alla colf Alma e all’ispettore Jules Rosset, uscirà ufficialmente martedì 12 novembre, sia nelle librerie che sulla piattaforma di Amazon, dove sarà disponibile in formato cartaceo e in ebook: clicca qui.

“E come sempre da cosa nasce cosa”, edito da Amazon Publishing, si apre all’alba di una fresca mattina di settembre, quando Jill piomba nel sonno dimenticandosi della piantina di cannabis che gli hanno regalato a un rave. Cinque mesi dopo, un vecchio Ford Transit con tre cadaveri e un grosso carico di marijuana si capotta in un bosco nel cuore dell’entroterra ligure. È un’indagine dai contorni sfocati, quella in cui si trovano catapultati l’ispettore Jules Rosset e l’inquieta Alma. Finché entrambi si rendono conto che ogni indizio è legato all’altro da un unico filo, verde come quella strana erba allo stesso tempo osteggiata e osannata. Però è anche vero che ogni nuovo spiraglio lascia spazio al ‘potrebbe’, perché, si sa: da cosa nasce cosa.

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UN SONNO FOTONICO

di VALERIA CORCIOLANI

Un sonno fotonico.

Jill appoggia la testa al vetro del bus, sperando che le ripetute capocciate (il conducente sevizia la frizione peggio di sua zia Iris) lo tengano sveglio fino al bivio per Conscenti, perché se si addormenta è capace di restarci secco fino al capolinea e tornare indietro da Arzeno alle sei e mezzo del mattino gli darebbe la mazzata finale.

Sono quasi trentadue ore che non dorme e ha respirato, fumato, bevuto, ascoltato, parlato e visto l’indicibile nelle ultime cinque. Quindi ci vuole tutta che riesca a formulare un minimo pensiero di senso compiuto, figuriamoci farsi chilometri a piedi per la provinciale: al primo camion che stringe una curva gli si spiaccicherebbe sul paraurti come un moscerino.

Ha un brivido, c’è uno spiffero bastardo che gli trafigge la scapola destra e darebbe un braccio per infilarsi la felpa che tiene appallottolata sulle ginocchia, ma non può. Jill sbircia i pochi compagni di viaggio sparsi tra i sedili dell’autobus, sistemati in modo che nessuno sia seduto accanto a nessuno ma che ognuno controlli tutti. Lo sa, c’è una strategia tipica che cura le dinamiche distributive dei passeggeri delle corse notturne, un’arte unica e perfetta nel suo genere. Jill sospira, niente da fare, sono tutti svegli e lui è quello su cui cala ciclicamente ogni sguardo, anche quello del conducente dallo specchietto, sguardi che passano dai suoi capelli sconvolti, dagli occhi da triglia per poi fermarsi sul diavolo grondante bava degli Iron Maiden che digrigna i denti sul suo stomaco (cioè sulla sua maglietta, ma è tanto grosso che pare uscirgli direttamente dalle viscere). Quei quattro lustri in meno che abbassano di brutto l’età media dell’intero bus da reparto geriatrico non aiutano a migliorare le cose.

Questo per dire che la felpa deve starsene lì dov’è, come lì dov’è deve restare pure quello che sta dentro la felpa. E si terrà anche la contrattura da semiparesi che si sente montare tra scapola e nuca, come un anatema senza perdono.

Toc.

Il suo lobo temporale sinistro cozza secco contro il finestrino, in sincrono con il cambio di marcia. Jill fa un rapido conto: da qui al bivio per Conscenti ’sto tizio dovrà scalare e cambiare almeno una ventina di volte (curva più, curva meno), finisce che a casa di zia Iris arriva con la testa a bitorzoli come Elephant Man. O in coma per commozione cerebrale.

Ma l’autobus era l’unica alternativa. Jill lo sa, ha fatto l’errore una volta di andare a uno di questi concerti-rave con la Panda di zia Iris e al ritorno ha rischiato di capottarsi in un fosso, o schiantarsi sul guardrail, o spalmarsi su un faggio un’infinità di volte. Ecco, lui non crede a santi, preti, cristi e vergini, ma agli angeli custodi sì, porco cazzo! Perché ancora oggi si chiede come ha fatto ad arrivare intero a casa di zia Iris, a parcheggiare senza infilarsi nel pollaio facendo strage di pennuti (che a quel punto sarebbe stato più dignitoso perire in un fosso, eh, che sotto l’ira e gli sganassoni della zia) e infilarsi incolume sotto alle coperte. Quindi gli angeli custodi esistono eccome, ma non conoscendo bene le dinamiche angeliche e neppure se c’è un ricambio di schiere, contratti a tempo, tirocini… insomma, nel dubbio che le assegnazioni di custodia possano aver subìto delle modifiche e che quelli nuovi non siano sul pezzo come quelli precedenti, Jill ha deciso che d’ora in poi per le sue sortite di lavoro in notturna, si affida all’accoppiata di treno e bus, non comodissimo ma senz’altro meno a rischio.

Toc toc toc.

Il suo cranio dà una mitragliata di colpi sul vetro del finestrino. Sì, insomma, meno rischio si fa per dire perché a guidare c’è il serial killer della frizione, come se non bastasse il mal di testa per tutto quello che si respira dentro ’sti capannoni, e poi la musica, quello che si beve (che se servissero roba decente invece che dei cancaroni da discount a strinarti le papille e trapanarti il duodeno), ma vabbè. Deve scrivere un pezzo su nuovi gruppi metal, in quindici si sono alternati sul palco stanotte, in un capannone su per Bargagli, nell’entroterra di Genova, tanto in culo ai lupi da sembrare precipitato giù tra le colline direttamente dalla ionosfera, come l’avanzo di un satellite o un meteorite a parallelepipedo. Il suo editore gli ha chiesto tre cartelle e se fa un bel lavoro ha già due agganci con il tipo dell’etichetta discografica con cui ha parlato stanotte. Sempre che il tipo si ricordi, sempre che non si sia fumato il suo biglietto da visita in un cannone e sempre che… che niente, a trentun anni vivere in un buco della Val Graveglia con la sorella agée di tuo padre, galline, conigli e lei che ti molla delle mestolate sulla nuca se posi i gomiti sul tavolo mentre mangi, tutto solo perché non puoi permetterti un appartamento per conto tuo… no, dico, ci vuole del fegato a perseverare con questo lavoro di merda, diciamolo. Ma è il suo sogno, cazzo, lui ha sempre voluto lavorare in mezzo alla musica. Suonicchia anche, ma è abbastanza intelligente da capire di non avere né il genio né le capacità di spremerci fuori qualcosa di decente, quindi ha cercato un piano B per gravitare intorno alla musica cercando pure di viverci. Anche se forse tirerebbe su più soldi a strimpellare tra i pilastri della metropolitana che con i suddetti articoli e recensioni, considerato che il suo editore lo spreme come un’oliva da frantoio pagandolo due nicche in croce. Comunque si è dato ancora un anno di tempo. Poi vedrà.

Cercherà un piano C.

C come Ci-vorrebbe-una-botta-di-Culo. Ma sa che la fortuna per lui non è cosa, mai avuta in vita sua: se si trova davanti a un cinquanta e cinquanta fra peggio e meno peggio, stai pur certo che gli cala addosso il primo. Mah, ormai non ci fa neppure più caso.

Toc toc toc.

Il suo cranio rimbalza senza misericordia contro il finestrino, ma un torpore denso e compatto lo avvolge come una lastra spessa di gomma piuma. Jill sente il corpo perdere peso e consistenza, fluttuando pigro nel vibrante rollio del bus che arranca su per la Val Graveglia in questo brumoso mattino di fine estate.

7 Novembre 2019
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