Claudio G. Fava: una vita con il “pallino” del cinema
Attualità, Il libro

Claudio G. Fava: una vita con il “pallino” del cinema

di ALBERTO BRUZZONE

“Claudio era la mia orchidea. E io l’ho sempre curato il più possibile, proprio come si fa con i fiori più belli: si dà loro l’acqua al punto giusto, si sta attenti al sole, al vento, a tutto quanto”.

Non poteva che darne un’immagine splendida, del suo compianto marito, la signora Elena Pongiglione. Lei che dell’immagine ha fatto una ragione di vita e di professione, essendo una nota illustratrice con all’attivo moltissime pubblicazioni.

Il ‘suo’ Claudio, scomparso nell’aprile del 2014, era – ma nella sua mente sempre è e sarà – Claudio G. Fava, uno dei più famosi, rivoluzionari e illuminati critici cinematografici, giornalisti ed esperti televisivi di tutti i tempi, che, anche in mezzo alle tante esperienze di livello nazionale, ha sempre legato a doppio filo la sua attività a Genova, città dove era nato e cresciuto.

Sono passati più di cinque anni dalla sua morte, eppure il ricordo di Claudio G. resta intatto, la sua opera e i suoi scritti sempre attuali. Sapeva essere ironico, pungente, ma anche molto netto, quando un film proprio non gli piaceva. Sapeva scrivere benissimo e favellare ancor meglio. Aveva una cultura infinita, pur senza farla mai pesare. Era amabile, piacevole, geniale e anche un po’ sognatore, tipico di una persona che aveva legato all’arte, in particolare quella cinematografica, il suo destino. L’immagine come faro: quella su un grande schermo o su una televisione per Claudio G., quella disegnata per la moglie Elena. Una famiglia di artisti, insomma, una famiglia di creativi per eccellenza.

Anche adesso, per fortuna, tutto questo immenso lavoro non rimane negli archivi. Ieri a Palazzo Ducale (nella Sala del Munizioniere), nell’ambito del festival ‘Voci nell’Ombra’ dedicato al doppiaggio e del quale Claudio G. fu un grandissimo ispiratore, è stato presentato il primo volume de ‘Il mio cinema’: a un lustro dalla sua morte, l’editore alessandrino Falsopiano ripropone, in due volumi (il prossimo nel 2020), duecentoventi recensioni apparse tra il 1959 e il 1993 sul quotidiano ‘Corriere Mercantile’ e sulla ‘Rivista del Cinematografo’. Si parte, con questo volume, da Robert Aldrich e si arriva a Stanley Kubrick. A presentare il libro c’erano la moglie Elena Pongiglione, il produttore televisivo Lorenzo Doretti e il critico Renato Venturelli, con Tiziana Voarino, direttrice di ‘Voci nell’Ombra’.

In un’epoca assolutamente pionieristica, la fine degli anni Cinquanta, Claudio G. – al quale certo non difettava lo spirito di esploratore della cultura – s’inventò, sulle pagine del ‘Corriere Mercantile’, la pagina del cinema, con le recensioni e i ‘pallini’, per dare il giudizio di ogni film che aveva visto. Una delle tante primizie di quel mitico quotidiano del pomeriggio, poi passato all’edizione del mattino nel 2000, sino alla chiusura delle pubblicazioni nel luglio del 2015.

Fu una delle tante scommesse vinte da Claudio G., insieme, ad esempio, all’importazione in Italia della soap opera ‘Beautiful’, ai tempi in cui era dirigente Rai (la serie iniziò su Raidue, per poi passare anni dopo su Canale 5). Quando si racconta la storia del ‘Mercantile’, e dei grandi che vi sono passati, Claudio G. Fava viene sempre citato, ha sempre un posto d’onore. E se lo merita fuori di dubbio.

Di quella pagina dei cinema, a cui era affezionatissimo, parlava spesso: “Sono stato per più di vent’anni critico cinematografico di un quotidiano, il ‘Corriere Mercantile’, che allora a Genova, quando la gente in Italia andava ancora massicciamente al cinema, contava molto in città. Avevamo una pagina a colori che, inventata da Franco De Salvo e da me, è stata, credo di poterlo dire, la migliore d’Italia. Inizialmente essa venne accolta con diffidenza dagli esercenti e a malincuore, e con qualche protesta dai distributori: i segni negativi per un film rimanevano sempre, mentre i cinematografi cambiano programma e la ‘roulette’ gira. Poi divenne una abitudine cittadina e nessuno la discusse più”.

Anche se qualche aggiustatura si rese necessaria: “Dovetti solo cambiare la dizione del voto più basso (‘insufficiente’) con ‘non classificabile’, che a me pareva, ingenuamente, ancor peggio, mentre accontentò tutti ed entrò nell’uso corrente. Indipendentemente da questo, mi capitò solo una volta di imbattermi nell’ostracismo di un esercente. Era l’allora proprietario del cinema ‘Verdi’ (situato in via XX Settembre, come quasi tutti i cinema a Genova), che per diversi anni mi ‘espulse’. Vale a dire che non fece più entrare gratuitamente me né nessun altro redattore, e rifiutò di riconoscere la tessera dell’Agis. Poco male. Io pagavo il biglietto, il giornale me lo rimborsava. Anni dopo, tutto ritornò normale”.

La signora Elena Pongiglione ricorda quei tempi con piacere: “Claudio andava al cinema al pomeriggio. La sera, tornava a casa, consumava un pasto alla veloce e si metteva a scrivere. Poi, lasciava il suo articolo nella nostra cassetta delle lettere. Al mattino dopo, un fattorino del ‘Corriere Mercantile’ passava a prenderlo e lo portava in redazione. Tutto avveniva molto presto e molto in fretta, in modo che il pezzo fosse in pagina e stampato già nell’edizione di quel giorno, visto che il giornale usciva al pomeriggio”.

La pagina dei cinema era una primizia del ‘Mercantile’, una di quelle idee che, da sole, fanno vendere il giornale: “Difatti – ricorda la moglie del critico – Claudio mi raccontava che, spesso, trovava le copie del ‘Mercantile’ nei cestini della spazzatura. Mancava solo una pagina, quella dei cinema. Vuol dire che le persone lo compravano apposta e se la tenevano. L’uscita delle prime visioni era abbastanza ‘caotica’, nel senso che non c’era un giorno preciso, come può essere ora il giovedì o come è stato per tanto tempo il venerdì. Le sale mettevano su il film nuovo al pomeriggio di un giorno qualsiasi, e Claudio si doveva affrettare per andare a vederlo”.

Altri tempi: “In via XX Settembre c’erano tutti i cinema di prima visione. Si faceva la coda per entrare e spesso, specie la domenica pomeriggio, se non arrivavi in anticipo, rischiavi di rimanere fuori. Si andava tutti vestiti eleganti: gli uomini in giacca e cravatta, le donne con abiti lunghi, guanti e cappellino. È proprio cambiato tutto”.

Ma quei ‘pallini’ invece, o stelline, o asterischi, o qualsiasi altro segno grafico, resistono ancora adesso, non solo sui quotidiani ma anche su tutte le riviste di settore, e sui portali web. “Il colore – ricorda Elena Pongiglione – fu la scelta vincente. Il rosso significava ‘raccomandabile’. Il verde ‘sufficiente’. E poi c’era il viola, ‘insufficiente’, quello che fece arrabbiare i gestori e venne cambiato in ‘non classificabile’. Il concetto era lo stesso, forse anche peggio. Ma per loro era meglio così. La pagina fu un’invenzione di Claudio, ma mi ricordo che, lavorando io nel campo della grafica, gli diedi volentieri qualche consiglio. A volte, mi capitava pure di leggere le bozze delle sue recensioni. Aveva un modo di scrivere unico, bellissimo”.

Di quelli da pallino sempre rosso, “ce ne sarebbe una lunga fila: Hitchcock, Fellini, Melville, ma non mi voglio dilungare. Il libro, cui seguirà la seconda parte, rende bene l’idea di Claudio, e anche di quegli anni”.

A cominciare dalla copertina, che raffigura un papillon. Uno dei vezzi del critico, insieme agli occhiali con la spessa montatura marrone, al favellare fluente e a quella G. nel nome, che mai voleva si scrivesse per esteso (e non lo faremo neanche ora).

Proprio quella G. che, a ben vedere, fa tornare adesso alla mente un altro grande di quegli anni del ‘Mercantile’: Dario G. Martini, critico teatrale del giornale. Cinema da una parte, teatro dall’altra, accomunati da quella G. puntata, di due persone semplicemente eccezionali.

10 Ottobre 2019
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