Luciano Fontana (Corriere della Sera) a Camogli: “L’informazione di qualità non morirà”
Approfondimento, Attualità

Luciano Fontana (Corriere della Sera) a Camogli: “L’informazione di qualità non morirà”

di ALBERTO BRUZZONE

“La rivoluzione nel mondo della comunicazione portata dalle nuove tecnologie è stata inizialmente uno choc per tutti. E non tutti sono riusciti a reggere e a ripartire. Però io ritengo che la buona informazione ci sarà per sempre. Intendo quella fatta con criterio e obiettività, come cerchiamo di realizzare tutti i giorni qui al ‘Corriere’. D’altra parte è l’unica via: un altro orizzonte non esiste”.
Parole e filosofia di Luciano Fontana, che dal 2015 dirige il principale e più autorevole quotidiano italiano, dopo esserne stato redattore ordinario, capo dell’ufficio centrale, vice direttore e quindi condirettore. Più di vent’anni in via Solferino, nei quali Fontana ha vissuto in primissima persona la trasformazione dei media, l’avvento di Internet, lo strapotere dei social network.
Quale testimonial migliore, quindi, per il Festival della Comunicazione di Camogli, che si apre oggi e prosegue sino a domenica con quattro intense giornate tra eventi, incontri, laboratori, mostre e seminari (in un altro articolo di questo numero il programma completo).
Il direttore del ‘Corriere della Sera’, in particolare, interverrà sabato, alle ore 19,15, in piazza Ido Battistone, nell’ambito del dibattito ‘La politica che verrà’, al quale parteciperanno il sindaco di Milano, Beppe Sala, e il governatore della Regione Liguria, Giovanni Toti. L’ingresso è libero, come per tutti gli appuntamenti del Festival.

Direttore, la prima domanda è inevitabilmente sul governo Conte ‘bis’. Che giudizio dà?
“Questo governo è frutto di tutta la situazione che si è venuta a creare, anzitutto, a causa di una legge elettorale studiata programmaticamente per non far vincere nessuno. La vera rivoluzione, a mio avviso, è stata quella dei partiti: nel marzo del 2018 abbiamo assistito all’avvento di un gruppo completamente nuovo, il Movimento 5 Stelle, e quindi con un percorso politico molto breve, e di un gruppo che si è completamente trasformato, ovvero la Lega di Salvini. Io credo che l’esperienza gialloverde sia stata legittima, così come ora lo è quella giallorossa. Perché una vera maggioranza politica che faccia riferimento a un solo schieramento, in Parlamento non esiste. Tra l’altro, questo è il terzo tentativo che M5S e Pd fanno di mettersi insieme”.

Quindi non è d’accordo con chi parla di mancanza di democrazia?
“Il tradimento del voto popolare non esiste. Il Movimento 5 Stelle ha stretto alleanza con degli elementi diversi. Questa occasione potrebbe pure rappresentare la nascita del nuovo centrosinistra italiano, con un’area più di centro e riformista e una più radicale. Purtroppo, è vero che l’intesa nasce da una lunghissima storia di scontri e di conflitti. Quindi è veramente difficile dire quanto potrà durare, se si riuscirà a mantenere la coesione, anche perché il programma è molto incerto. Mi pare un governo fatto per non litigare, anche a giudicare dai ministri che sono stati nominati. D’altra parte, c’era bisogno in questa fase di far decantare una situazione che era ormai esplosa. Le incognite restano molto forti”.

Il tratto ‘europeista’ è però molto evidente. E i mercati, infatti, hanno risposto con segno positivo.
“Ecco, questo è certamente un fatto positivo con cui parte il nuovo governo. L’aver tolto di mezzo una certa conflittualità rispetto all’Europa. Lo spirito antieuropeo non c’è più e questo potrà rappresentare certamente un vantaggio in termini di dialogo, di riforme condivise, di punti di spread che scendono e, di conseguenza, di miliardi di euro pubblici risparmiati. L’unica cosa che non deve accadere è rischiare di fare il governo ‘sotto dettatura’, visto che questo è ancora uno dei capisaldi della propaganda salviniana”.

L’anno scorso, sempre a Camogli, intervenne insieme a Carlo Cottarelli all’incontro intitolato ‘Il futuro economico dell’Italia: sette anni di vacche magre o di vacche grasse?’. Come stanno oggi quelle ‘vacche’?
“Direi che sono ancora magre. Il governo è atteso da scelte non facili. Ma la discesa dello spread è certamente un buon segnale. Ora c’è da mettere mano all’Iva. Ho sentito bene il discorso di Conte: ha fatto riferimenti a certe misure pro crescita, come gli asili nidi gratuiti e il taglio del cuneo fiscale. Sono tutte misure impegnative, è da vedere come tutto potrà stare in equilibrio. È una manovra difficile da realizzare, ma certo aiuterà il fatto di una migliore collocazione dei titoli di stato. Di certo con la flat tax sarebbe stata ancora più dura”.

Sabato incontrerà, oltre a Beppe Sala, anche Giovanni Toti. Come giudica la sua nuova formazione?
“Toti ha deciso di far partire la sua avventura politica in un momento molto complesso per il centrodestra. Ma, probabilmente, non aveva altra scelta, una volta constatato che non c’era nessun’altra leadership percorribile in Forza Italia. Le condizioni attuali sono difficili, per tutta la componente moderata, che rischia di essere oscurata da Salvini. Però è anche vero che Toti è uno molto bravo ad accettare le sfide: si è visto in Liguria, dove la sua vittoria in Regione sembrava praticamente impossibile”.

A proposito di Salvini: c’è il rischio che, stando all’opposizione, abbia meno ribalta mediatica e perda consensi?
“Sì, il rischio è solido. Chi sta al governo ha tradizionalmente una ribalta maggiore, perché prende decisioni il cui effetto ricade su tutta la popolazione. La tv pubblica, poi, è sempre stata più sensibile alle vicende del governo, rispetto a quelle dell’opposizione. Ma, come ormai sappiamo bene, la comunicazione moderna non passa più solo attraverso televisione e giornali. E Salvini ha saputo costruire delle piattaforme social molto importanti. Io credo che abbia un po’ perso, a livello di immagine personale, il suo ‘tocco dell’invincibilità’, come lui stesso ha ammesso. Ma resta il fatto che Matteo Salvini ha preso un partito che era al 4% nel 2014 e lo ha portato al 35% delle ultime Europee. Non vanno sottovalutate le sue tematiche e l’efficacia che hanno sulla popolazione. Sarebbe un grave errore se questo governo sottovalutasse la questione dell’immigrazione, il tema dove Salvini prende i maggiori consensi”.

Quante pressioni riceve, quotidianamente, il direttore del ‘Corriere’?
“Molte meno di quante potessi pensare, a dire la verità. Certo, il confronto con il mondo della politica e dell’industria è continuo. Ma noi sulle nostre opinioni riusciamo sempre a tenere il punto. Io credo che chiunque faccia il direttore di un giornale, lo faccia per un periodo, alla fine. E, in questo periodo, debba farlo nel modo più intellettualmente onesto possibile. Noi abbiamo la fortuna di avere un editore che è concentrato solamente sull’editoria, senza altri interessi. E questo indubbiamente aiuta”.

Lei è un direttore che sta molto al timone. Un ‘uomo macchina’, si dice negli ambienti. Ci si ritrova?
“Se per ‘uomo macchina’ intendono uno che sta molto tempo con i suoi giornalisti e che pone un’attenzione quasi ‘artigianale’ ai propri prodotti, allora sì, mi piace la definizione. A me piace ‘fare’ il giornale, controllarlo, ascoltare nuove idee, sperimentare nuovi prodotti. Credo nella presenza costante e nella forza del lavoro collettivo. Al ‘Corriere’ si respira un clima positivo: persone che si dedicano con passione e professionalità estreme al proprio lavoro. In un momento di grande crisi e di fatica per l’editoria, bisogna far passare il concetto che di sfogliare un giornale c’è sempre bisogno. Ne vale sempre la pena, pur nel contesto delle scelte radicali che ci sono state imposte dalle nuove prospettive digitali. Al ‘Corriere’, per esempio, siamo stati i primi a introdurre le pagine web a pagamento. Era una sorta di scommessa, eravamo soli. Oggi abbiamo centosessantamila abbonati digitali, ovvero la dimensione di un medio quotidiano. Significa che avevamo visto giusto”.

Il giornalismo anglosassone è riuscito a superare la crisi. È un modello da imitare?
“Certamente il giornalismo anglosassone è stato un passo avanti a noi, in quanto a capacità di innovazione. Il nostro modello di lavoro sul digitale, non per caso, ricalca quello del ‘New York Times’. Ma non dimentichiamo che la crisi è stata drammatica anche per tanti media americani, alcuni dei quali poi hanno chiuso. Io credo che il pubblico che legge sulla carta vada sempre curato. C’è da fare un giusto lavoro di equilibrio tra giornale cartaceo e media digitali. Noi al ‘Corriere’ siamo sulla strada giusta. La buona informazione resisterà sempre, perché ve ne sarà sempre bisogno”.

12 Settembre 2019
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