Il 9/11 del pompiere John, sopravvissuto per miracolo
Attualità

Il 9/11 del pompiere John, sopravvissuto per miracolo

di ALBERTO BRUZZONE

Il cielo è terso, completamente terso. Come quella maledetta mattina di quasi diciotto anni fa. È una calda giornata di fine agosto, un sabato, quando – grazie a conoscenze comuni – su quell’isolato di Downtown dove tutto ebbe principio e dove tutto mai finirà, incontro uno dei pompieri dell’11 settembre, uno dei primi, in quell’inizio turno del 2001, che intervenne in soccorso delle migliaia di persone imprigionate dentro le Twin Towers, quando entrambe erano ancora in piedi.

“Welcome my brother”, mi accoglie John, a pochi metri dalla voragine della Torre Sud, oggi trasformata, insieme allo stesso ‘buco’ della Torre Nord, in due immensi vasconi, a farne un perpetuo e sempre toccante luogo della memoria.

In divisa da pompiere ‘out of service’, in congedo perenne, ha ancora due braccia enormi. Batte un sonoro cinque all’americana, poi si batte il petto, rompendo il ghiaccio di una conversazione che durerà oltre un’ora, e che vorresti non interrompere mai, in un turbinio di emozioni, ricordi, lacrime, singhiozzi, occhi che luccicano, i capelli sulla fronte riavviati più e più volte, il flusso della narrazione che s’accentua nei momenti salienti del racconto, per poi lasciarsi andare, subito dopo, a lunghe e profondissime pause. Momenti in cui non sai – non lo puoi sapere – se riprendere il discorso, se fare la domanda successiva, se lasciar parlare a ruota libera il tuo interlocutore. La scelta è quasi sempre quella: dare carta bianca al pompiere-eroe.

John ha gli occhi azzurri come il cielo di questa mattina, la fronte ampia e bruciata dal sole. Un fisico da atleta, fino al bacino. Che da lì in poi no, niente è più come prima. Perché non può usare più le gambe. Non può più farlo, da diciotto anni a questa parte.

Dà un’occhiata all’orologio. Sono le nove e cinque minuti. Due minuti prima, alle nove e tre dell’11 settembre 2001, la Torre Sud venne penetrata dal volo United Airlines 175, alla velocità di quasi mille chilometri orari. La Torre Nord, invece, era già stata colpita dall’American Airlines 11, alle otto e quarantasei.

Nell’orologio del disastro e del lutto, sono numeri che non si possono dimenticare, né cancellare. Resteranno scolpiti per sempre, nella mente di chi c’era, come di chi non c’era.

John è di quelli che c’erano.

“Appena avuta notizia del primo schianto, partimmo con la mia squadra. La nostra caserma era a pochissimi isolati di distanza. Non sapevamo cosa fosse successo, non sapevamo che cosa sarebbe accaduto dopo. Non sapevamo nulla. Pensammo a un elicottero contro la Torre Nord. Un fatto grave, ma circoscritto, non certo un attentato di quella portata”.

Si sbagliavano.

“Passarono pochi minuti e il secondo aereo, quello contro la Torre Sud, lo vedemmo con i nostri occhi. Entrò nel grattacielo come una lama dentro la carne. E poi lo vedemmo sparire, non lo vedemmo più. Sentivamo solo grida e terrore. Vedevamo solo fumo e fiamme”.

Difficile prendere una decisione, stabilire cosa fare, in quei momenti concitati: “Per quanto fossimo addestrati, non sarai mai abbastanza addestrato per tutto questo. Andammo verso la Torre Sud, nel tentativo di far evacuare più persone possibili. Entrai nella hall, ma gli ascensori erano bloccati. Salimmo lungo le scale, ma il percorso era difficile. Respiravamo solo fumo e polvere, polvere e fumo. Per decine di piani non incontrammo nessuno. Pensammo che le persone si fossero messe in salvo. Ma il peggio stava ai piani alti, quelli che prima di tutti erano stati colpiti”.

Da lì era impossibile salvarsi.

Quando pensiamo all’11 settembre 2001, tutti ricordiamo alla perfezione dove eravamo in quel momento, che cosa stavamo facendo. Tutti abbiamo ancora davanti agli occhi quei corpi a penzoloni, dai finestroni degli ultimi piani, i primi che si buttano giù, seguiti da molti altri nell’andare incontro, con soltanto un minimo d’anticipo, a una morte comunque sicura.

Poi, alle nove e cinquantanove, la Torre Sud, seconda a essere colpita, fu la prima a crollare su se stessa. La vedemmo in diretta tv, chi dagli uffici, chi dalla propria abitazione, chi nei bar o nelle sale d’aspetto.

John e i suoi compagni, i suoi ‘blood brothers’, fratelli di sangue, d’orgoglio e di missione, non la poterono vedere. Perché se la sentirono crollare addosso: “Quando venne giù tutto, eravamo dentro. Venimmo giù con la Torre stessa, ed è proprio questa la cosa che non potrò mai più dimenticare”.

La pausa, qui, diventa infinita. È come rivivere la stessa scena, decine, centinaia, migliaia di volte. Con quell’odore di morte e devastazione che rimane immutato, anche diciotto anni dopo.

Intorno, i turisti si fanno i selfie di fronte al nuovo One WTC di Daniel Libeskind: l’edificio che ha vinto, dopo diverse revisioni, il concorso per la ricostruzione a Ground Zero, ma che non ha mai convinto, né probabilmente convincerà mai, i newyorchesi.

Lo hanno chiamato Freedom Tower, Torre della Libertà, nel luogo in cui tutto è un richiamo a quel concetto tanto antico e amato dagli americani, mai così profanato come in quell’11 settembre del 2001: Liberty Street a Sud, il Liberty Park un po’ più in là, la Statue of Liberty che puoi scorgere in lontananza.

In poche lingue esistono due parole per definire lo stesso concetto. In America sì: freedom, nel senso della libertà dell’individuo; liberty, nel senso della libertà collettiva, quella più sublime, quella che solo un’organizzazione democratica ti può dare, quella di cui ci si sentì, diciotto anni fa, per la prima volta privati. Senza che nulla, da quella mattina, possa mai più tornare come prima.

“Restammo a lungo sotto le macerie. Quando mi recuperarono, gran parte della mia squadra non c’era più. E fu così che andai al funerale dei miei compagni”.

Un’altra pausa interminabile.

“Io mi salvai perché restai sotto a una trave del WTC, ma ho perso completamente l’uso delle gambe. Non ho parlato per un anno intero. Neppure una parola. Poi, grazie all’aiuto della mia famiglia e alle cure ricevute, ho capito che solo parlando di quella mattina sarei riuscito a sopravvivere. Con quella mattina dovrò fare i conti per sempre, tanto vale non provarne più paura”.

John rifiuta l’etichetta di eroe: “Tutti i pompieri la rifiutano, e che diamine. Ma quali eroi. Noi non siamo eroi. Abbiamo fatto il nostro lavoro, per la nostra patria. Chi è stato più fortunato, lo può ancora raccontare”.

Ci vuole una bella dose di ottimismo, e una forza d’animo incredibile, per pensare di esser fortunato a non poter più camminare: “Me lo sono chiesto tante volte, se non sarebbe stato meglio morire, se non sarebbe stato meglio il mio nome scritto lì sopra. Ma poi, mi sono risposto di no, che la vita vale la pena di viverla sempre, anche così, anche come me”.

Accostandosi al vascone sud, John mostra i nomi di alcuni suoi compagni. Un cartello a metà del piazzale invita i visitatori a toccare le scritte, “ed è bellissimo, perché toccare vuol dire ricordare, vuol dire sfiorare con una carezza le persone che non ci sono più”.

“Visitors are invited to touch the memorial names panels”: ecco come si fa.

Qualcuno lascia una bandierina americana, nelle fessure delle incisioni, comprata alle bancarelle vicine, che purtroppo il business è ormai arrivato anche qui. Di tanto in tanto, si vedono delle rose bianche. Vengono messe tutte le mattine, dai custodi del Memoriale, in corrispondenza di quei nomi, di quelle persone di cui, quel giorno lì, sarebbe stato il compleanno.

“White Rose signifies remembrance of 9/11 victims’ birthdays”: ecco che cosa si fa.

“Vivo qui di fronte, nel New Jersey, come tanti pompieri della città. Ma qui mi piace tornare spesso. Solo qui provo un senso di pace, solo qui riesco a immaginare che un giorno, chissà… Forse un giorno noi americani potremo perdonare tutto questo. Perdonare il destino, non certo i terroristi. Eh già, il perdono”.

Forgiveness: John ne scandisce ogni singola sillaba.

“Forgiveness, maybe, one day”. Forse un giorno, forse mai. E, nel dirlo, John manda gli occhi al cielo. Cercando chissà chi: i suoi compagni di quella mattina, tutti quei morti innocenti, i suoi santi protettori, Dio. “No, in Chiesa non riesco più a entrare. Ma sento che qualcosa c’è. Ci dev’essere per forza, perché io sono ancora qui. Perché mi sono salvato, perché la mia testa è riuscita a superare”.

Oggi, John gioca a basket con altre persone nella sua condizione, passa il suo tempo con la famiglia, continua a raccontare quello che accadde. Quello che gli accadde.
Ai saluti, si batte nuovamente il petto. È un commiato più da Harlem che da Downtown, ma la dice lunga sull’empatia che lui, e solo lui, è riuscito a creare.

In un’altra vita avrebbe potuto fare il confessore, in un’altra epoca l’apostolo, a giudicare da quel “Welcome my brother” con cui ha accolto un forestiero, venuto dall’altra parte del mondo per raccontare una storia.

La Storia che, per sempre, segnò le nostre umili vite.
Una mattina di diciotto anni fa che resterà lì scolpita, per sempre, come il bronzo di questo Memoriale.
A milioni di anni di distanza.

Tiro avanti su Liberty Street, giro l’angolo della Broadway e mi siedo su una panchina a Zuccotti Park, altro luogo simbolo della resistenza, in questo caso al capitalismo sfrenato di Wall Street. Con John ormai chissà dove, scoppio in un pianto a dirotto.

E qui capisco il significato più puro di tutta quell’acqua di Ground Zero: sono le lacrime dell’umanità, che continuano a essere versate.
Nulla dovrà mai cambiare, se vogliamo continuare a chiamarla Liberty Street, a chiamarla Freedom Tower. A riacquistare la nostra dignità di uomini liberi, goccia dopo goccia, centimetro dopo centimetro, 11 settembre dopo 11 settembre.

Grazie John.

Grazie New York, per quanto ancora riesci a emozionarmi.

12 Settembre 2019
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