L’inarrestabile rivoluzione portata dai robot cambierà per sempre le nostre abitudini. Ma va gestita correttamente
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L’inarrestabile rivoluzione portata dai robot cambierà per sempre le nostre abitudini. Ma va gestita correttamente

Il Giappone è il paese al mondo in cui vivono i cittadini più longevi e ospita la popolazione di anziani più numerosa della terra. Oggil il 28% della popolazione giapponese ha più di 65 anni. Si prevede che nel 2050 sarà circa il 40%!!!

Tutti questi anziani hanno e avranno bisogno di qualcuno che si prende cura di loro. Purtroppo la bassissima natalità del Giappone non consente che il modello del passato – figli e nipoti che si occupano dei nonni – sia praticabile per il futuro. Non ci saranno nipoti a sufficienza.

A meno di un profondo cambiamento nelle politiche di immigrazione, oggi rigidamente chiuse, non ci saranno abbastanza umani capaci e disponibili di occuparsi degli anziani. Il Ministero della Sanità giapponese prevede per il 2025 un fabbisogno di 4 milioni di assistenti per anziani. Oggi nel Paese ce ne sono soltanto 1,5 milioni.

L’esempio del Giappone non è così lontano dalla realtà del nostro Tigullio, dove i tassi di invecchiamento della popolazione e di denatalità sono altrettanto marcati. Dal punto di vista dell’assistenza, la situazione è solo leggermente diversa perché le politiche di immigrazione italiane degli ultimi anni sono state meno rigide di quelle giapponesi e c’è da noi un esercito silenzioso ma preziosissimo di lavoratrici e lavoratori stranieri (prevalentemente ucraini ed ecuadoriani) che si occupa dei nostri anziani. Ciò non di meno, specie per i non autosufficienti, vi è una drammatica carenza di servizi di assistenza sia pubblici che privati che spesso mette in crisi le famiglie.

In Giappone la carenza di persone per l’assistenza ai più vecchi ha spinto forte la ricerca e lo sviluppo di robot capaci di aiutare le famiglie. Toyota e Honda sfruttando la loro esperienza e know how nella meccanica, elettronica e informatica stanno pesantemente investendo nella prossima generazione di Robot. Entrambe le aziende hanno lanciato umanoidi, sul tipo di C-3PO, il famoso robot di ‘Guerre Stellari’, capaci di fare i lavori domestici e occuparsi dei nonni.

Si prevedono sviluppi rapidissimi. La tecnologia robotica giapponese e la sua applicabilità continuano a progredire e se la scommessa sarà definitivamente vinta, il Paese riuscirà a risolvere un problema drammatico per la sua economia e la sua società acquisendo un enorme vantaggio competitivo nei confronti del resto del mondo industrializzato le cui popolazioni stanno rapidamente invecchiando.

Ci sono altri quattro paesi al mondo che progrediscono velocemente nell’industria robotica: oltre al Giappone, Cina, Usa, Corea del Sud e Germania.

Giappone, Usa e Germania sono concentrati sulla produzione di robot ad alto valore industriale e sanitario, mentre Cina e Corea del Sud sono i maggiori produttori di robot meno costosi e orientati al mercato di consumo. Il divario tra i cinque grandi e il resto del mondo probabilmente aumenterà nei prossimi anni.

Stiamo entrando in una fase in cui le capacità, la conoscenza e le possibilità dei robot di interagire con l’ambiente circostante stanno aumentando esponenzialmente grazie all’accesso tramite cloud a basi di dati sempre più grandi. Si dice che il Cloud e i Big Data hanno reso possibile un formidabile salto quantico per lo sviluppo cognitivo dei robot.

In altri termini i Big Data e l’Intelligenza Artificiale (IA) stanno rivoluzionando il mondo dell’industria e dei servizi e determineranno un ulteriore progresso nei processi di apprendimento delle macchine e nella neuroscienza dei sistemi impattando fortemente tutto il mondo della robotica.

Ad esempio le auto senza pilota e a guida automatica sono ormai una realtà realizzata da Google. Vengono lanciati in questi mesi i primi ordini ai subfornitori per la produzione di decine di migliaia di telai con i quali verranno costruite per essere vendute le nuove auto completamente elettriche capaci di ridurre drasticamente il numero di incidenti mortali che si verificano annualmente (trentamila vittime della strada ogni anno solo negli Usa).

Nei processi industriali più complessi o rischiosi per le persone la sostituzione degli uomini con i robot è già largamente in atto e s’intensificherà ancor di più nei prossimi anni, ma anche nella manifattura e perfino nell’artigianato singoli robot o famiglie di essi sostituiranno progressivamente il lavoro umano.

Le attività medico-diagnostiche e chirurgiche sono già investite dalla robotizzazione con risultati sorprendenti in termini di diagnosi precoce di molte malattie, di cure fino a ieri impensabili (specie oncologiche), di minore invasività degli interventi chirurgici.

Insomma, tutti i cambi dell’agire umano sono investiti da questa rivoluzione ed è quindi lecito e opportuno interrogarsi sulle conseguenze sociali e occupazionali della stessa.

La prossima generazione di robot sarà prodotta su larghissima scala e a costi in costante calo che li renderanno sempre più competitivi anche rispetto ai lavori più umili e sottopagati.

Ci sarà un impatto drammatico sui modelli di occupazione ma anche, più in generale, su tendenze economiche, politiche e sociali. È stato giustamente rilevato che la scelta se impiegare umani o acquistare e attivare robot implica una decisione e un eventuale compromesso in termini di costi.

Il lavoro umano comporta bassissimi capex (capital expenditure: spese in conto capitale) ma altissimi opex (operational expenditure: spese operazionali come salari e varie indennità ai dipendenti). I robot hanno una struttura dei costi esattamente opposta a quella degli umani: i costi in conto capitale anticipati sono alti ma quelli operativi sono minimi. I robot non percepiscono alcun salario.

Con il continuo progresso della tecnologia i robot faranno sparire moltissimi posti di lavoro anche se ne creeranno di nuovi e forse riusciranno a conservarne e proteggere di vecchi. La risultante non è chiara. Da un lato vi è chi parlando di disoccupazione tecnologica di massa accredita fobie sulla fine del lavoro. Dall’altro vi è chi fa notare che i paesi più tecnologicamente avanzati come Usa e Germania sono anche quelli con livelli di disoccupazione più bassi.

Al solito, come è stato nel caso dei processi di globalizzazione, ci saranno vincenti e perdenti, enormi progressi ma anche morti e feriti.

Come al solito sarà fondamentale gestire bene la transizione (ciò non è avvenuto con i processi di globalizzazione). Giocherà un ruolo fondamentale il modo in cui le economie e le società saranno o non saranno capaci di adattarsi e di occuparsi dei meno fortunati e dei più deboli affinché chi ha già perso o sta perdendo il lavoro non venga abbandonato ma sia aiutato a formarsi e riqualificarsi verso le industrie e/o le posizioni che offrono nuove opportunità.

15 Agosto 2019
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