Ravaioni, l’ingegnere che amava la vela e la montagna
Attualità

Ravaioni, l’ingegnere che amava la vela e la montagna

Era un pomeriggio di marzo del 2012, alla redazione di Chiavari del ‘Corriere Mercantile’. A un tratto, intorno alle 14,30, qualcuno da sotto suonò il campanello. Piazza Matteotti 9, interno 1.
Con il collega Luigino, responsabile dell’edizione del Levante, eravamo appena rientrati dalla pausa pranzo. Il capo alzò la cornetta del videocitofono e subito si accese lo schermo.
La telecamerina inquadrava un uomo distinto: “Buon pomeriggio, sono un vostro lettore di Lavagna. Posso salire? Volevo raccontarvi qualcosa di me e di cosa vorrei fare per la mia città”.

La voce era rassicurante, nessun problema a farlo entrare, anche se era senza appuntamento e la giornata si annunciava incasinata. Che poi, quando mai una giornata dentro un quotidiano non è stata incasinata… Accontentiamo questo lettore, che ci costa.
Luigino pigiò l’apriporta, l’uomo fece la prima rampa di scale ed entrò nell’appartamento al primo piano, riadattato a redazione. Era vestito in modo distinto, e con una cartellina sottobraccio piena zeppa di fogli. “Mi piacciono le vostre pagine locali, specie quelle di politica. Ho un progetto ampio per la mia città. Ve ne vorrei parlare”.

Sapevamo tutti che le elezioni a Lavagna sarebbero state due anni dopo, nel 2014. In quel momento, il focus era su Chiavari, dove le amministrative erano invece imminenti. Ma un quarto d’ora d’udienza non lo si negava a nessuno. Con Luigino ci eravamo detti proprio questo.
Senza dirci una parola. Bastava lo sguardo.
Ci mettiamo un quarto d’ora, lo salutiamo e riprendiamo il lavoro.

L’uomo posò il cappotto sullo schienale di una poltroncina. Fu invitato a sedersi su quella a fianco. Ci mettemmo tutti e tre nella prima stanza libera, la più piccola, in quel mentre ancora vuota perché il cronista di giudiziaria si era soffermato in Tribunale. Lo scanner della Polizia gracchiava, ma senza particolari emergenze: giornata tranquilla, sino a quel momento.
Luigino accese un’abat jour che puntava dritta verso il soffitto. Tra radiomobile da una parte e fascio di luce dall’altra, sembrava diventata la saletta degli interrogatori in questura. L’uomo aprì la cartellina, e si presentò prima d’iniziare la sua esposizione. Dava l’impressione di essersela preparata, nei minimi dettagli.

Mi chiamo Piergiorgio Ravaioni, ci disse, sono nato a Spezia ma vivo a Lavagna. Di professione sono ingegnere, ho lavorato a lungo come dirigente presso importanti aziende. Ora che sono tornato a vivere dalle mie parti, e ho un po’ più di tempo, ho voglia d’impegnarmi per il mio comune. Questo, parola più parola meno, il succo del discorso.

Non sarebbe certo durata un quarto d’ora. Non poteva durare un quarto d’ora, non così. Le premesse erano di un lunghissimo periodo. Pazienza, recupereremo più avanti. E iniziammo ad ascoltarlo.
L’Ingegnere scorreva con il dito indice i suoi appunti, sembrava la primissima bozza di quello che poi, mesi dopo, sarebbe diventato un vero manifesto elettorale. Abituato evidentemente a programmare, era partito con larghissimo anticipo.

Ci parlò del suo progetto di lista civica, dello sfascio – a suo dire – della politica locale, dei tanti errori commessi, di tutto quello che non andava né gli piaceva. Nessun mugugno fine a se stesso, semmai critiche circostanziate.
Ci stupì, più di tutto, la capacità che aveva d’indicare sempre una soluzione. Un ragionare in maniera analitica, diremmo baconiana: enunciare la pars destruens, ma subito dopo farla seguire dalla pars construens. Perché solo così si può fare buona politica. È evidente.

Si fermò a lungo a parlarci di sociale, di politiche giovanili, della necessità di coinvolgere sempre di più le nuove generazioni. Ci parlò della collina di Santa Giulia, dove aveva acquistato un rustico, anni prima, per farne la sua casa definitiva. Teneva all’ambiente, alla cura del verde, al recupero dei manufatti storici, temi di cui – disse senza timore di esser smentito – non si occupa nessuno nei programmi elettorali. E, in effetti, aveva ragione. Solo anni dopo è venuta fuori questa sensibilità, l’Ingegnere a suo modo ne era stato un precursore.

Altro che un quarto d’ora di colloquio… Ma sentirlo era un piacere. Chissà quanto spazio avremmo potuto dargli. Se scrivere subito, scrivere domani, tra una settimana. Boh. Certamente avremmo scritto. Certamente avremmo insistito con Genova: che l’input era dare spazio alle elezioni di Chiavari, e sacrificare tutto il resto.

C’era da litigare, ma per una giusta causa. Perché quell’uomo pieno d’idee e di proposte, giunto così come dal nulla, in un pomeriggio d’inizio primavera, ci aveva lasciato qualcosa. A due uomini esperti di comunicazione, era stato lui a saper comunicare.
Chiuse raccontandoci le sue passioni per la montagna e per la barca a vela. E, su questo ultimo punto, si soffermò per altri lunghi minuti con il collega. Perché si erano ritrovati un bellissimo tratto in comune, un amore per il mare e per le imbarcazioni perfettamente condiviso.
Pensammo che se avesse fatto gonfiare le vele con lo stesso entusiasmo con cui aveva fatto gonfiare lì, in quella stanza, le proprie idee, con cui aveva dispiegato le sue molteplici proposte per Lavagna, beh… allora doveva essere un campione.

Venne a trovarci altre volte, anche più sotto elezioni.
Perché sì, alla fine – ed era abbastanza scontato, in fondo – si candidò a sindaco nel 2014. Con la sua lista indipendente, lontana anni luce dai giochi di partito, dai nomi imposti dalle segreterie, dalle manfrine di questo o di quel coordinatore. Uno che aveva un intelletto così immediato – fu l’altra riflessione che ci venne – mai avrebbe potuto accettare la mediazione, la soluzione frutto dell’accordicchio, il compromesso al ribasso. Doveva restare puro. Puro come il suo programma elettorale. Visionario, a suo modo. Ma anche concreto. Come quei fogli che, per la prima volta, ci sottopose in quel pomeriggio del marzo 2012.

Di persone come l’ingegner Piergiorgio Ravaioni si vorrebbe parlare sempre al presente. Purtroppo, però, l’orologio biologico gira alla stessa maniera, ordinario e isocronico, anche quando marca la vita di uomini straordinari.
Così, qualche giorno fa, confortato dall’immenso affetto della moglie e delle due figlie, che lo hanno amato e assistito sino all’ultimo secondo, l’Ingegnere si è spento, al termine di una lunga malattia.

Sul suo annuncio funebre, la famiglia, con una bella metafora, ha scritto che il signor Piergiorgio ha scalato la sua ultima montagna. Negli archivi informatici del giornale poi chiuso per sempre c’è ancora – chissà dentro quale server finito in chissà quale scatolone di chissà quale magazzino – il primo articolo a lui dedicato, seguito da numerosi altri.
E niente, poi Genova s’impuntò e lo spazio, purtroppo, fu piccolo. Nettamente inferiore rispetto alla qualità delle sue proposte, a quelle belle sensazioni che ci aveva lasciato.

Per la cronaca, se ne andò dopo le cinque e quella sera chiudemmo tardissimo. Prendemmo il treno dopo da Chiavari verso Genova, ma senza arrabbiarci né recriminare. Anzi, l’esatto contrario: ci portammo a casa la bella sensazione di aver conosciuto una persona interessante, molto colta, profonda e arguta. Che è poi l’essenza della nostra professione. Il bello di fare un mestiere il cui senso, da fuori, è impossibile da capire.
Raccontare su carta le persone.

Quando pensi a un velista che non c’è più, pensi subito a una delle cose più belle mai scritte: ‘George Gray’, dall’antologia di Spoon River.
Quel verso che fa: Yet all the while, I hungered for meaning in my life / And now I know that we must lift the sail / And catch the winds of destiny / Wherever they drive the boat.

Malgrado tutto, avevo fame di un significato nella vita. E adesso so che bisogna alzare le vele e prendere i venti del destino, dovunque spingano la barca.

Faccia buon viaggio, Ingegnere.

(a.b.)

8 Agosto 2019