Il celebre chirurgo Valente: “La mia seconda vita in Madagascar”
Approfondimento, Attualità

Il celebre chirurgo Valente: “La mia seconda vita in Madagascar”

di ALBERTO BRUZZONE

Forse è proprio vero quello che dicevano gli antichi romani: che dentro il proprio nome fosse contenuto un presagio. Certamente, quando si pensa a Umberto Valente, questo è uno degli esempi più fulgidi. Per decenni direttore del Centro Trapianti dell’ospedale San Martino di Genova (che aveva contribuito a fondare), punto di riferimento per la chirurgia in tutta Italia, accademico di primissimo livello e con decine di allievi cresciuti e formati, oltre che centinaia di pazienti a cui ha donato una seconda vita, da qualche anno è andato in pensione, ma non ha smesso assolutamente di lavorare.

Avrebbe potuto fare come tanti suoi colleghi: ritirarsi a vita privata. Ma per lui la medicina e la chirurgia non sono mai state un semplice lavoro. Sono la sua stessa esistenza. Ed ecco che, chiusa non senza qualche trauma l’esperienza del Centro Trapianti – con la politica che, purtroppo, ha serie e precise responsabilità su quanto accaduto a San Martino e sull’aver voluto mandare per aria un’eccellenza assoluta a livello internazionale – Valente (nella foto in alto con la maglia rossa, all’atto della firma di un accordo con l’ospedale Gaslini) ha aperto una fase della sua professione che, probabilmente, gli sta regalando e gli potrà regalare soddisfazioni ancora più grandi: il poter curare, in Madagascar, nella parte più povera del Paese, adulti e bambini, oltre a formare una generazione di medici locali.

Il tutto grazie al contributo di altri colleghi da tutta Europa e, in particolare, della onlus Next, realtà fondata nel 1998 per volontà di un ricercatore scientifico, Luigi Bellini, proprio per dare al Madagascar una seconda chance. Valente opera e insegna a Le Polyclinique, nella città di Diego Suarez, nel nord della nazione. Ad oggi, ha visitato più di trecento persone; ha effettuato più di cento interventi su adulti e bambini; in questo momento sta formando due giovani medici malgasci.

Professor Valente, anzitutto come ha conosciuto la realtà di Next?
“Tre anni fa mi trovavo al Trauma Center di Bujumbura (Burundi) durante la guerra civile, per una missione con Medici senza Frontiere insieme a un collega romano, medico anestesista, dottor Rodolfo Menicocci. È stato lui che mi ha proposto di venire qui in Madagascar a vedere l’ospedale Le Polyclinique della Next onlus, una piccola Ong di Benevento”.

Che tipo di realtà ha trovato?
“Le Polyclinique Next è un ospedale ‘sui generis’ per l’Africa: non è nato come un’evoluzione e ampliamento di uno dei Centri di Salute, spesso messi su da suore e/o missionari. È una costruzione nuova, concepita, fin dalla sua nascita, con criteri moderni su modello europeo. Una mosca bianca in un panorama multi variegato, come si incontra nel Nord del Madagascar: dal piccolo centro di Salute del grande villaggio (nei piccoli, anche quelli sperduti, non esiste nessun presidio sanitario), all’ospedale militare di Diego Suarez (costruito dai francesi negli anni Trenta); per finire all’ospedale costruito dai cinesi dieci anni fa. In tutte queste strutture le sale operatorie non sono sufficientemente attrezzate e sono poco affidabili sotto il profilo della sterilità e dell’organizzazione; le camere dei pazienti sono promiscue con un solo bagno in comune per 40 persone (i letti senza materasso e lenzuola…); il cibo viene portato dai parenti che affollano l’ospedale come fosse un bazar, tipico del modello africano. Le Polyclinique Next, invece, ha ben due sale operatorie, studiate con aria condizionata, impianto di sterilizzazione e quant’altro; ci sono tre reparti di degenza: uno per la maternità; uno per la chirurgia e uno di medicina interna. Inoltre, è presente una sala di sub intensiva per il post-operatorio, una sala parto dedicata. Un reparto di pediatria e un centro di emodialisi di quattro posti letto sono presenti ma non ancora attivi. Ogni camera ha un massimo di tre letti ed è dotata di un suo bagno. Esiste una cucina, in un locale esterno all’ospedale, con sala mensa per i medici e infermieri; accanto, la lavanderia; e infine è presente un sistema ecologico di smaltimento dei rifiuti specifici prodotti dall’ospedale. Tutto questo è stato pensato, progettato, realizzato e in larga misura finanziato dal dottor Luigi Bellini, che in questi tre anni ho avuto modo di conoscere approfonditamente e apprezzare. Luigi è un biologo ricercatore evoluzionista che da ventidue anni dedica la sua vita alla popolazione malgascia e cerca di assicurare a tutti il diritto alla salute”.

Che cosa ha visto e vissuto in Madagascar, nello specifico nella parte più povera del Paese, come dice anche lei?
“Ho trovato non solo tanta povertà e rassegnazione secolare, ma anche una dignità ammirevole. La salute, che dovrebbe essere un bene primario, è ancora appannaggio di pochi. La gente muore perché non ha i soldi per curarsi. La spesa sanitaria messa a disposizione dallo Stato è di cinque euro all’anno pro capite (in Italia sono mille e trecento). Il reddito pro capite giornaliero è meno di mezzo euro. Un’operazione semplice costa in media trecento euro, quando lo stipendio di un medico è di duecento euro. Anche i parti sono a pagamento; molte donne decidono quindi di partorire nei villaggi e questa rappresenta una delle maggiori cause dell’alto tasso di mortalità infantile che, qui in Madagascar, sfiora il 17%, nonché della massiva presenza di portatori di disabilità. La Next onlus raccoglie costantemente fondi per riuscire nella sua missione umanitaria. Da qualche mese è attiva pure una campagna specifica di fund raising per far sì che, nei mesi che trascorro qui a Le Polyclinique, io possa fare quanti più interventi possibile su persone povere. L’appello si può trovare sul sito della Next onlus (www.nextonlus.it): in questi mesi parecchie persone si sono mobilitate e si stanno impegnando in un’opera di sensibilizzazione sia nella cerchia dei loro amici che sui social”.

“Aiutiamoli a casa loro”: la politica se ne riempie la bocca, poi ci sono persone che lo fanno nel concreto. Che tipo di esperienza è la sua, a livello umano oltre che professionale?
“Qui a Le Polyclinique Universitaire non sono solo chirurgo, ma anche docente dell’Università U.N.A. di Diego Suarez, e quindi sono anche formatore: lezioni in aula ma soprattutto in sala operatoria, dove mi porto sempre dei giovani medici. Qui ogni giorno si toccano con mano le carenze istituzionali, organizzative ed economiche. Le faccio un esempio: gli studenti malgasci non hanno testi di medicina; studiano sugli appunti dei loro docenti che peraltro sono tutti malgasci e a loro volta hanno studiato nelle università del Madagascar. Inoltre, molto spesso non sono specialisti della materia che insegnano. Da quest’anno l’Università U.N.A. di Diego Suarez ha una piccola biblioteca medico-chirurgica interamente composta da libri che ho portato da Genova. Inoltre, Internet è accessibile a pochi per gli elevati costi. Neppure l’Università può permetterselo; persino la corrente elettrica, dopo le 18 (quando è buio integrale) non sempre è presente. Solo all’interno de Le Polyclinique gli studenti possono trovare collegamento Internet e corrente elettrica costanti. Ciò che sto facendo quindi rappresenta una goccia nel mare. Dovrebbero, effettivamente, essere i ricchi Paesi occidentali, come l’Italia, a investire risorse per aiutare i Malgasci a raggiungere dei livelli quantomeno accettabili di qualità ed equità, sia nel campo della formazione che della salute. Mentre ad oggi, si continua a ‘sfruttarli’ nonostante, come dice lei, tutte le buone parole dei politici…”.

Lei ha dato tantissimo al mondo accademico, scientifico, medico e chirurgico ligure e italiano. Il finale è stato molto amaro: ci ha sofferto? È dispiaciuto, porta rancori?
“Il dispiacere è stato davvero grande: vedere una struttura costruita in quarant’anni di duro lavoro, mio e del mio staff e di tanti specialisti universitari e ospedalieri, arrivata a essere uno dei Centri Trapianti più conosciuto in tutta Italia e Europa, beh… diciamo che la sofferenza è stata molta. Ma non solo come professionista, voglio aggiungere anche e soprattutto come uomo. Ma si sa, l’ignoranza, accompagnata dall’arroganza del potere, purtroppo, il più delle volte, ha la meglio. Mio nonno mi diceva sempre: ‘Temo più un ignorante che un ladro o un assassino’. Qualunque cosa sia stata per me, chi ha subito maggiormente le conseguenze di questa nefasta e ingiustificata opera di distruzione, sono stati, come spesso succede, i malati e quindi i cittadini e, a seguire, gli studenti, i ricercatori e tutto il mondo medico e scientifico che ruotava intorno al Centro Trapianti, fiore all’occhiello del San Martino di Genova e più in generale della Sanità ligure”.

Oggi il San Martino è un ospedale secondo lei meno eccellente?
“Il San Martino ha voluto perdere le sue eccellenze: il mio caso non è isolato, se guardiamo indietro troviamo altri numerosi esempi. ‘Nemo propheta in patria’: Genova da sempre è considerata matrigna nei confronti dei suoi figli. Molti amministratori e politici hanno contribuito a rendere questa ‘diceria’ una realtà di fatto. Allora promisero di riaprire il Centro Trapianti entro pochi mesi. A distanza di otto anni dalla chiusura dell’attività, assistiamo alla trasferta dei pazienti per il trapianto di fegato all’Ospedale Niguarda di Milano. Fatto unico in tutta Italia e anche in Europa. Oserei dire in tutto il mondo. Il Centro Trapianti, quindi, dopo il suo smantellamento al momento della mia uscita non è stato mai riaperto. Era ed è rimasto in attività solo il trapianto renale (peraltro fortemente ridimensionato e in condizioni oggettive di ‘inspiegabile’ difficoltà operative), esclusivamente grazie alla grande professionalità e abnegazione della mia allieva, dottoressa Iris Fontana. Quindi, per parlare in specifico del trapianto di fegato, questo non solo non è mai stato riattivato, bensì delegato, nel 2015, all’Ospedale Niguarda di Milano attraverso una convenzione: operazione, a mio avviso, alquanto discutibile sotto diversi aspetti, sia per i pazienti che per i medici coinvolti. D’altra parte, un’ipotesi di riapertura dell’attività del trapianto di fegato al San Martino comporterebbe un nuovo ingente investimento economico per ricostruire tutto quello che nel 2011 è stato distrutto in pochi giorni. E non parlo solo delle strutture organizzative assistenziali dedicate, ma soprattutto dell’elevatissimo know how medico, infermieristico, tecnico e scientifico; il patrimonio di risorse umane, di ricerca e di formazione (scuola di specialità e dottorato) che risulterebbe impossibile da ricostruire, se non dedicandovi molti anni come facemmo noi. In retrospettiva, direi che il Centro Trapianti fa parte ormai della storia di Genova e della sua Sanità dei tempi migliori. Una storia ben descritta nel libro ‘Un trapianto negato’ di Camillo Arcuri, edito da De Ferrari”.

Le Polyclinique, l’ospedale dove lavora il professor Valente in Madagascar

Ha chiesto che più medici italiani vengano in Madagascar a dare una mano: vuole fare un ulteriore appello?
“Ben volentieri, grazie. Oltre al sito della Next onlus, dove si possono trovare tutte le informazioni sull’ospedale e quant’altro, è attiva una mia mail personale per la raccolta delle richieste per medici e infermieri: uvalentemadagascar@gmail.com. Non solo però volontariato. Sono attive tre convenzioni: tra le due Università, quella di Genova e quella di Diego Suarez; tra l’ospedale Le Polyclinique e l’Istituto Giannina Gaslini e tra la Regione Liguria e la Regione Diana del Madagascar. In particolare, quest’ultima potrà dare la possibilità a medici e infermieri che lo richiedono di venire a lavorare qui mantenendo il loro stipendio”.

Quanto può e deve crescere la sanità di questo Paese?
“C’è ancora tantissimo da fare. Luigi Bellini e la Next onlus sono un primo (e unico) esempio di Sanità che non vuole escludere nessuno, qui in Madagascar. Dallo Stato arriva qualche timido segnale verso un servizio sanitario pubblico e garantito: è delibera recente del governo che tutti i dipendenti statali e loro familiari abbiano la possibilità di farsi curare a carico dello Stato. Il che copre solo circa il 10% della popolazione; i più poveri, ovvero la stragrande maggioranza della popolazione, non hanno nessun tipo di supporto; e quindi di fatto non hanno la possibilità di curarsi”.

Tornerà a Genova o pensa di fermarsi lì per sempre?
“A Genova ho la mia famiglia: anche se fuori dalla sala operatoria mi sento come un pesce fuori d’acqua e non riesco a fare il nonno come vorrebbero i miei figli, ci tengo moltissimo ai miei nipoti. Grazie a WhatsApp li sento, ma vederli è un’altra cosa… Qui in Madagascar ho avviato un lavoro che intendo portare avanti: l’obiettivo è di poter conciliare entrambe, la mia attività qui e la mia famiglia”.

Che cosa prova quando una persona che dice o le scrive: ‘Grazie dottore, lei mi ha salvato la vita’?
“Sorrido e penso che Ippocrate abbia dato delle sane e importanti regole per noi medici. Frasi come quelle da lei citate potrebbero indurre un medico a sentirsi un ‘dio’, ma non lo siamo. La realtà è ben diversa: la responsabilità che accompagna la mano del chirurgo (e il suo cervello) ogni volta che incide con il bisturi è così grande che si può paragonare solo al compito di un genitore. Quando una vita dipende da te, da come ti comporti e da come agisci… beh, non è cosa da poco. ‘Salvare’ una vita è una parolona: fare bene il proprio dovere è tutt’altro”.

Il medico è veramente una missione più che un lavoro?
“Né uno, né l’altro: il medico è una professione che dev’essere accompagnata da un grande senso di responsabilità, come ho già accennato prima. Per fare il medico devi crederci: ma non dovrebbe essere un qualcosa di totalizzante, come lo è stato per me. Io ho avuto la ‘fortuna’ ma anche la disgrazia di nascere e crescere, come medico, insieme ai trapianti. E quindi sono stato inghiottito da una macchina che ha assorbito tutta la mia esistenza e ho perso molto del resto della mia vita personale. Per contro ho visto tanti medici che considerano la loro professione ‘solo’ come un lavoro di routine o, peggio, un modo per farsi la casa al mare. Come in tutte le cose, il giusto sta nel mezzo: ai giovani che vogliono intraprendere questa professione dico che per fare il medico bisogna innanzitutto esserne convinti e sapere che ti aspetta un lavoro duro e impegnativo, sotto tutti i profili. Soprattutto quello emotivo. Ma quello che più raccomando a tutti è di essere umili. Il sapere che puoi sbagliare in quanto essere umano dev’essere la tua forza e non la tua debolezza, come spesso purtroppo ti insegnano all’Università. Nella mia lunga esperienza ospedaliera ho visto arrivare tanti pazienti nel mio reparto in seguito a degli errori medici. Queste cose non dovrebbero succedere: ad uno sbaglio si deve riparare, si può riparare. Nessuno è un ‘dio’”.

8 Agosto 2019
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