Odio New York
Attualità

Odio New York

di ALBERTO BRUZZONE

Odio New York. Ci ho messo un po’ a capirlo. Ma ora l’ho fatto, e ne sono sicuro.
La odio.
La odio con tutto il cuore.

E mica da oggi, mica da questa sera. Probabilmente l’ho odiata sempre, senza capirlo mai. Sin da quando la vidi per la prima volta, che la prima volta, si sa, è quella che non scordi più.
A dire il vero, non ne dimentichi nessuna, ma il debutto sulla scena è sempre un’emozione particolare. New York è il palcoscenico, un immenso palcoscenico, quando esci dal Queens-Midtown Tunnel ancora rincoglionito dal viaggio e te la trovi parata lì davanti, in tutta la maestosità dei suoi palazzi e delle sue luci.

Tu sei un attore, un modesto attore, che su questa scena, specie nei primi giorni, ti muovi timidamente, e solo e soltanto con la testa all’insù: rapito dalla verticalità, dalle geometrie, dalla perfezione del mix tra cristallo e acciaio. Sempre con quella domanda che ti ronza in testa: ma chi ci sarà dietro a quei finestroni così lucidi? Chi ci sarà su questo o quel piano? Che cosa staranno facendo? Cosa vedono giù in basso, cosa sentono quelli che stanno in alto?

Poi, arrivi alla conclusione che forse sono alieni, perché tu hai esattamente questa sensazione: di trovarti su un altro pianeta, di non aver attraversato solo l’Atlantico, ma forse un pezzo di galassia. Che il tuo non era un aereo, bensì una navicella spaziale, e ora sei lì, dove non parlano la tua lingua, dove non mangiano come te, dove non troverai mai un buon caffè espresso, figuriamoci una pasta che non sia scotta.

Eppure, ci sei, e tutto questo mistero da scoprire ti affascina, ti fa spingere oltre, ti permette di rompere il muro del tuo immaginario – quello dei film, delle fotografie, dei documentari – per trovarti nel reale, nell’immensità.

Due cose danno il senso più di tutte le altre, la prima volta che arrivi a New York: la vertigine e gli spazi enormi. Tanto enormi da farti sentire piccolo, quasi inutile, un puntino in quella infinita e caotica città.

Poi, come una donna che a poco a poco inizi a conoscere, ecco che prendi confidenza. E lei, New York, non ti respinge, ma continua ad affascinarti, ad attrarti, ad ammaliarti. È così che sono entrato nel loop, è così che si è creato il cortocircuito mentale.

Non ci sono grandi segreti. Ti innamori di una città come di una splendida donna. E, senza neppure accorgertene, finisci completamente nelle sue mani. Lei ti annulla, e tu non sei più niente, non decidi più niente.

New York è l’unica città del mondo dove uno più uno non farà mai due. Dove non esiste la regola dell’addizione, perché vige solamente quella della moltiplicazione. Dove la parola d’ordine è competizione, e non continenza. Dove tutti, e non solo i traders, sembrano seguire l’antica regola di Wall Street. Ci sono tre modi per sopravvivere in questo business che è la vita: essere i primi, essere i più intelligenti, o truffare. Molti ancora seguono la terza.

A New York, in una sola strada, senti parlare cinque lingue, avverti i profumi di sei culture, ascolti sette tipi di musica, vedi centinaia di persone con migliaia di storie, ti si parano davanti uomini di tutte le razze, e di tutti i colori.

Anche io, a New York, ne ho fatte di tutti i colori: ho mangiato ostriche e bevuto champagne da Jean Jorges, trangugiato un hot dog freddo dal baracchino di un pakistano, ancor più infreddolito del panino e di me, alle cinque del mattino.

Ho bevuto tremendi caffè annacquati e sontuosi Martini cocktail; sono stato al Met, al Guggenheim e poi al cimitero dei rottami marini a Staten Island.

Ho visto il lusso della Quinta Avenue e la desolazione di Hart Island, la fossa comune dei morti senza nome; ho mangiato arance con un gruppo di neri di Harlem, conversato con i businessman alla Grand Central Station; fumato crack aspettando la metropolitana nel Queens.

Mi sono perso almeno dieci volte a Central Park, e l’ultima mi ha riportato in strada un ragazzo con un enorme pitone sul collo.
Ho conosciuto imprenditori in ascesa e investitori che hanno perso tutto, padri separati, disintegrati dalle mogli dell’Upper East Side, scrittori dandy, intellettuali ebrei e una bellissima attrice che mi sogno ancora la notte, a mesi di distanza.

Ho incontrato, fuori dai camerini di Broadway, i miei idoli di sempre, fermato sulla 59esima il più grande attore inglese vivente, due volte vincitore dell’Oscar: “Oh well, I like Italia… Napoli, Amalfi, Sorrento”, e intanto il suo Jack Russell mi aveva completamente leccato dalla testa ai piedi.
Sono entrato, nel Bronx, in casa di una mamma africana il cui figlio era stato barbaramente ucciso dalla Polizia, ho ascoltato il racconto di un sopravvissuto dell’11 settembre, “mi sento la polvere addosso ancora adesso, e so già che non andrà più via”.
Ho visto un operaio a Union Square bestemmiare aspramente contro una pattuglia che lo aveva multato per divieto di sosta, e un secondo dopo aiutare una vecchietta ad attraversare la strada, “che qui vanno tutti come pazzi, mi dia la mano signora”.

Ho ascoltato il jazz nei locali del Village, con fiumi di birra serviti sul bancone; il rap a Washington Heights, visto la break dance a Battery Park, l’hip hop a Times Square, il rock’n’roll al Madison Square Garden.
Ho vissuto più vite di quante avrei potuto viverne altrove, di quante mai avrei potuto desiderarne.

New York rimane lì, bellissima come sempre. Come un’amante voluttuosa, alla quale non basti mai. Alla quale continui a servire, altrimenti non potrebbe mai, senza attori sul suo palco, continuare a essere così bella, così stupefacente, così vecchia e nuova, sempre terribilmente nuova. Bella, tremendamente bella: come la sposa sulla terrazza del Rockefeller Center in questa foto dello scorso anno.
È lei che mi ha ispirato questo pensiero.

Ecco perché odio New York. Perché mi ha preso cuore e anima, senza possibilità di ridarmeli indietro. Perché, ormai da molti anni, mi costringe a non vedere nessun’altra parte del mondo.
Impazzirebbe di gelosia.

Però, in fondo in fondo, anch’io, piccolo omino minuscolo e insignificante davanti a lei (la stessa sensazione che provi quando arrivi sotto alla Statua della Libertà), so che mi basta e avanza questo angolo di mondo, per vedere tutto il mondo.
La odio, la odio perché in fondo la amo, e so che non potrei mai tradirla. È nel contrasto, che sta tutta la magia: come nel bianco e nero delle scacchiere di Washington Square, come in quei grattacieli che si riflettono l’uno con l’altro. E continui a chiederti cosa ci sarà dentro.
Come la prima volta.

A New York è sempre la prima volta. Più la amo e più la odio, più la odio e più la amo. Più vado via, ogni volta, con il cuore piccolo. Aspettando solo di poter fare la valigia, per tornarci la volta successiva.

Fine pena mai.

18 Luglio 2019
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