Federico Rampini: “Ecco la mia vita da giornalista globetrotter”
Approfondimento, Attualità

Federico Rampini: “Ecco la mia vita da giornalista globetrotter”

di ALBERTO BRUZZONE

“Nella mia vita ho riempito decine di Moleskine con i miei appunti, per tutti i vari posti dove sono stato, per tutti quelli dove ho vissuto. Poi, arrivato a un certo punto, mi sono accorto che questi taccuini iniziavano a diventare veramente tanti”.

Così Federico Rampini, uno dei più popolari giornalisti sulla scena italiana e internazionale, penna di punta de ‘La Repubblica’, ha deciso che, dopo aver raccontato di politica, economia e attualità in molti dei suoi saggi di successo, era giunto il momento di far la parte più difficile, ma probabilmente anche più piacevole, del suo mestiere. Quella di raccontarsi.

Uno che, sin da bambino, ha visto mille posti, avrebbe potuto scrivere tranquillamente un’enciclopedia di curiosità, di situazioni vissute, di amenità e di altre culture. Ma, restando in linea con il suo tratto fine e perfettamente incisivo, che ormai in tantissimi conoscono e apprezzano, Federico Rampini ha messo invece insieme un romanzo di viaggio in quattordici tappe, più prologo ed epilogo, assolutamente gustoso e incredibilmente ricco.

Una ‘perla’ resa ancor più preziosa dalle illustrazioni di Nicola Magrin, da un’elegante copertina cartonata più carta pregiata all’interno, in una magnifica confezione editoriale per i tipi di Laterza. Il tutto sotto il titolo ‘L’oceano di mezzo: un viaggio lungo 24.539 miglia’. Il volume è freschissimo: uscito ai primi di luglio.

Rampini lo presenterà sabato sera (20 luglio), alle ore 21,15, presso Wylab, in via Davide Gagliardo 7 a Chiavari, a ingresso libero. Organizzano Wylab e ‘Piazza Levante’.

‘L’oceano di mezzo’ è molto più di un titolo: è la distanza che, assai spesso, come lei racconta, l’ha separata dai suoi affetti, dai suoi genitori, dai suoi figli: come mai ha sentito che era il momento di metterci un punto?
“Diciamo che non è proprio un punto… semmai un piccolo punto e virgola. La mia vita non si ferma certo qui. Però è vero, ho sentito il bisogno di raccontarla. Lo spunto me lo ha fornito il mio antico editore, Laterza. È vero che ho pubblicato parecchi libri con Mondadori, alcuni dei quali sono andati anche molto bene, ma è stato piacevole questo ritorno alle origini. Mi è piaciuta molto, poi, l’idea di accostare al racconto gli acquerelli di Nicola Magrin. È venuto fuori veramente un bel lavoro, un libro che è da leggere, guardare ma che è anche un bell’oggetto da tenere in mano”.

Com’è stato fare un salto all’indietro, sino alla sua infanzia?
“Sentivo di doverlo anzitutto alla mia famiglia, dalla quale spesso mi sono separato. ‘L’oceano di mezzo’ è un titolo molto azzeccato perché descrive sia un concetto spaziale che uno mentale. Io ho avuto la fortuna di iniziare a fare il mio lavoro quando tutto era ancora un po’ più lento, a cominciare dalla circolazione delle notizie. Quando scrivere un reportage aveva un enorme fascino, quando andare sul posto e conoscere le persone era una condizione essenziale per fare un bel lavoro”.

Nel libro si definisce ‘glocal’. Un giornalista ‘glocal’…
“Mia mamma Maria Pia, che ha 84 anni, è genovese. Io sono un genovese da sempre ‘espatriato’, come lei. Ho vissuto a Bruxelles, a Milano, Roma e Parigi, poi a San Francisco, a Pechino e adesso a New York. Ho girato l’Indonesia, i paesi del Medio Oriente, mi ritengo un ‘nomade professionale’. Sono certamente un prodotto del mondo globalizzato, ma senza dimenticare mai le radici locali: Genova e, in particolare, Camogli, dove vivevano i miei nonni e dove ho ancora casa e vengo a passare diversi periodi dell’anno”.

Com’è stato abbandonare lo stile dei saggi, per una visione più intima?
“L’ho fatto con molto piacere. Anche perché mi sono sentito in dovere di sfatare alcuni luoghi comuni. Un esempio? Tutte le inesattezze e tutti i veri e propri svarioni che ho letto sul jihadismo quando sono accaduti gli attentati in Europa. Secondo alcuni nostri colleghi, sembrava quasi che la colpa fosse degli europei. Dalla Cina, invece, ho imparato che tutto è effimero. Che non esiste nulla di finito, che tutto viaggia a una velocità impressionante”.

La letteratura di viaggio è un genere che tiene molto. Anche il suo giornale, ‘La Repubblica’, ha avuto da sempre molti giornalisti viaggiatori: Paolo Rumiz, Bernardo Valli, il compianto Vittorio Zucconi…
“Sì, la letteratura di viaggio ha un fascino particolare. Il mio libro si è già piazzato bene, pur essendo uscito da pochissimi giorni. Tra l’altro, guardando l’altro giorno le classifiche su un giornale, ho visto che ci sono ancora ai primi posti i diari di viaggio di Georges Simenon. Io sono un lettore appassionato di Simenon, ma non sapevo questo particolare ‘minore’ della sua produzione. E invece è bellissimo: nel corso di viaggi e crociere in ogni parte del mondo, scattò migliaia di fotografie e, intanto, componeva i suoi romanzi (il libro s’intitola ‘Fotografie di viaggio’ ed è pubblicato da Archinto, ndr)”.

Anche gli antichi raccontavano i loro viaggi…
“Certo, uno dei primi è stato Erodoto. Raccontare i viaggi consente di ripercorrere lo stesso percorso e, al tempo stesso, misurare il tempo. È bello, poi, tornare in un posto, per vedere che cosa è rimasto e che cosa è stato cancellato dagli anni”.

La classica curiosità da giornalista… a giornalista: quanti timbri ha sul passaporto?
“Bella domanda. I passaporti scadono, ma io cerco di non buttarli mai via, perché in effetti sono un ricordo e una testimonianza. Capisco benissimo le persone che collezionano i timbri, fanno bene. Io ho delle esperienze del tutto particolari. Per esempio, un timbro dell’Iran che mi ha creato non pochi problemi per entrare poi in Arabia Saudita. Gli israeliani, invece, sono più furbi: proprio perché sanno che possono succedere queste cose, non fanno mai il timbro sul passaporto, ma te lo fanno su un foglietto e lo lasciano all’interno. Così lo puoi sfilare via. Io, comunque, ho tre passaporti: quello italiano ed, essendo anche cittadino americano, ne ho due degli Stati Uniti. Davvero, sono due. Ho scoperto tempo fa che anche gli americani, per evitare questi problemi alle frontiere, rilasciano un passaporto uguale identico a quello che già hai, solo con un altro numero di serie. È una cosa assolutamente legale. Poi tu scegli, in base al posto dove devi andare, quello più ‘pulito’. Comunque, per rispondere alla domanda, se dovessi contare tutti i timbri, certamente supererei i cento”.

Qual è stato il Paese dove ha avuto più difficoltà a entrare?
“Direi la Cina. Lì sono sempre un osservato speciale. Ottengo solamente dei single entry, ovvero dei visti validi per un solo ingresso. È sempre complesso entrare in Cina, a maggior ragione per uno che fa il giornalista. Le frontiere, per noi, diventano ancora più rigide, specie dove ci sono dei regimi autoritari”.

Nel libro il capitolo più lungo è dedicato a New York. Forse perché è la città che porta di più nel cuore?
“Forse sì. Ma più probabilmente è il più lungo perché New York è la città dove ho vissuto per il maggior numero di anni consecutivi. Quanti? Dieci. Ho vissuto a lungo anche a Bruxelles e a Milano, ma non in maniera consecutiva. A New York sì e mi sto rendendo conto che sto iniziando a metterci le radici e che potrebbe restare la mia città definitiva. Anche se nessuno, al momento, può dire quando, se e come finirà il viaggio. Io nel prologo del libro lo spiego con la battuta che faceva un rabbino: ‘Vuoi far ridere Dio? Raccontagli i tuoi piani’. Ecco, allora per scaramanzia preferisco sempre non sbilanciarmi troppo”.

Ancora dal libro: secondo lei Trump è un ‘leader egomaniaco e privo di ogni umiltà’.
“Nonostante tutto, come dicono gli americani, ‘è anche il mio presidente’. Però sì, politicamente lo considero un personaggio ripugnante. Ma ho cercato di discostarmi dall’atteggiamento di certi colleghi, che hanno puntato solo sull’invettiva, sulle urla, sulle scomuniche. Io ho cercato di andar dentro al ‘fenomeno Trump’, più che soffermarmi sull’uomo Trump. È qui che sta il nodo: il ‘fenomeno Trump’ ha origini profonde, nasce da un disagio sociale. Bisogna capirne bene le cause. Io non l’ho votato, ma cerco di rispettare chi lo ha votato. E dico che, nel contesto del ‘fenomeno Trump’, la sinistra americana ha le sue precise responsabilità, a cominciare dal fatto di non averlo capito per tempo e di averlo arginato, o cercato di arginare, in una maniera troppo debole e probabilmente non con la candidata giusta”.

Nel capitolo su Milano, lei scatta una fotografia del passato che è perfettamente attuale. ‘C’era il terrorismo nero e c’era quello rosso. E molti volevano vedere solo le colpe della fazione opposta’. Oggi, per riassumere il suo pensiero, è più o meno simile. Ci si affronta, anche in maniera piuttosto violenta, dal punto di vista verbale, senza che nessuno cominci mai a vedere se esiste qualche errore nella propria ideologia, se non ci sia qualcosa da rivedere. Gli altri sono i nemici…
“È la classica lezione della storia che non viene mai appresa. Ai tempi di Milano, io mi ero iscritto al Pci, e venivo considerato un moderato, perché la sinistra era molto più estrema. La cosa incredibile è che molti di quegli intellettuali, proprio gli stessi nomi, sono gli stessi che pontificano ancora adesso. Che urlano al fascismo in ogni momento. Che bollano come fascisti tutti quelli che non la pensano come loro, abusando di una parola e di un preciso momento storico che forse non hanno assolutamente compreso. Oggi un moderato di sinistra potrebbe essere tranquillamente un seguace di Papa Francesco. A quei tempi non veniva fatto entrare neppure ai congressi studenteschi, in quanto considerato ‘nemico’. Ma era invece un moderato! Ecco, se non la pensi come loro, l’arroganza verso di te è sempre la stessa. Brandiscono la lezione della storia, ma sanno pronunciare solo parole vuote di ogni senso”.

Una grande parte del libro è dedicata alla Liguria. La Liguria torna sempre tra le sue pagine.
“La Liguria, per me, significa tante cose. Ci sono le mie radici, anche se non posso dire di averci effettivamente vissuto. Ma certo il dna ligure ce l’ho. Ed è il dna dei miei nonni, che sono stati gente di mare, naviganti. Viaggiatori quindi, ma di un’epoca ancora più complessa. Non è che prendevi un aereo low cost per andare dall’altra parte dell’oceano. Questi uomini lasciavano le loro famiglie per anni. Altro che oceano di mezzo mettevano tra loro e i loro affetti. Le assenze erano lunghissime. Sarà anche per questo che sono così affezionato a Camogli: la città dei mille bianchi velieri, come scrisse in un libro un mio prozio. La città delle mie vacanze”.

Come vede, dall’estero, la stampa italiana?
“La stampa fa fatica a livello mondiale. La rivoluzione del digitale è stata un impatto travolgente. Non bisogna pensare che la stampa americana se la passi meglio, non è assolutamente così. Io questa rivoluzione ho iniziato ad avvertirla già vent’anni fa, quando vivevo a San Francisco. Secondo me c’è un altro elemento che non conforta. La stampa americana è sempre stata piuttosto asettica, invece ultimamente è molto simile al giornalismo italiano: si avverte il bisogno di schierarsi per forza, di prender sempre una delle parti. È una stampa che non mi piace, perché non riesce più a tenere le giuste distanze. I giornalisti sono sempre più militanti, sempre più schierati. Non è un buono schema, secondo me”.

Si vive ancora di sola penna?
“Sì, io voglio essere ottimista e dico di sì. La lettura non muore, semplicemente cambia forma. O, per dirla meglio, cambia piattaforma. Bisogna adattarsi alle preferenze dei lettori, a come vogliono presentato il testo, a dove lo vogliono leggere. Bisogna confezionare quello che abbiamo da dire in maniera nuova. Quanto al libro, invece, mi sembra che resista molto di più. Ed è molto meglio così. È dal mondo dei libri, come sempre, che c’è qualcosa che dovremmo imparare”.

18 Luglio 2019
RECENT COMMENTS
FlICKR GALLERY
THEMEVAN

We are addicted to WordPress development and provide Easy to using & Shine Looking themes selling on ThemeForest.

Tel : (000) 456-7890
Email : mail@CompanyName.com
Address : NO 86 XX ROAD, XCITY, XCOUNTRY.