Home Approfondimento Confessioni di un rider di provincia: “Rischio la vita per 3 euro a consegna”

Confessioni di un rider di provincia: “Rischio la vita per 3 euro a consegna”

da Alberto Bruzzone

di ALBERTO BRUZZONE

La mountain bike non è esattamente nuova di pacca. Anzi, deve aver fatto mille battaglie. La marca la si può scorgere dalla scritta sul telaio, rossa su sfondo verde: Cannondale.

Dev’essere stato un bel pezzo di bicicletta, prima che Yari (il nome è di fantasia, la foto in alto è generica, ma la storia è assolutamente vera) ci macinasse sopra chilometri su chilometri. Salite, discese, salite, discese e ancora salite. Pianure, quasi mai. Prima per divertimento, su e giù per le colline della Liguria, su strade asfaltate (poche) e sterrate (moltissime). Poi per ‘lavoro’. Che lavoro senza virgolette è una parola grossa, grossissima.

Yari in questi giorni è al centro della cronaca. Sotto il suo caschetto nero da ciclista, forse non lo sa neppure. Però lo è, lui e quegli altri diecimila rider che oggi operano in tutta Italia per consegnare i pasti caldi presso uffici e abitazioni.

Si è tornato a parlare di loro, e delle loro estreme e ingiuste condizioni di lavoro, qualche giorno fa. Su Facebook, qualcuno si è divertito a diffondere la lista dei vip che utilizzano il loro servizio, ma non lasciano ai ‘ciclisti/corrieri’ alcuna mancia. C’è chi si è offeso (il rapper Fedez che ha parlato di “elenco che puzza di fascio”), chi l’ha presa in ridere, chi proprio non ha mosso un capello.

Yari slaccia il suo caschetto e ravvia la chioma riccioluta, poi avverte: “Ma non scrivi il mio nome vero? Me lo devi giurare. Perché già lo faccio per quattro soldi, e non voglio rotture di coglioni”.

L’accordo è sancito con una stretta di mano. Così il ragazzo inizia a parlare: “Io in bici ci sono sempre andato, mi è sempre piaciuto. Questa Mtb, poi, ne ha viste di tutti i colori. Eppure, è indistruttibile. Il cambio l’ho martoriato, ma non si è mai rotto. I freni? Quelli sì, li ho cambiati un paio di volte”.

Siamo in piazza Mazzini, a Chiavari. “La città è quasi tutta in piano, qui mi muovo bene. Comunque, le salite non mi hanno mai fatto paura. Sono le condizioni in cui lavoriamo che fanno paura. Anzi, fanno proprio schifo”. Yari ha 22 anni. Inizia a fare il rider appena finita la scuola superiore. “Non sono di qui, vengo da fuori. Per pagarmi affitto e una parte di studi e pesare di meno sui miei genitori, ho accettato questo impiego. Ho iniziato due giorni a settimana, ora sono diventati sei su sette. Dalle quattro alle sei ore al giorno, con le punte a cena e qualche volta pure a pranzo. Praticamente, quasi un tempo pieno. All’inizio il datore di lavoro mi ha convinto, mi ha fatto un sacco di complimenti. Poi, sono arrivati altri ragazzi ed è iniziata una concorrenza spietata. A strapparci le consegne l’un l’altro”.

Sembra la pièce ‘Glengarry Glen Ross’, quello splendido testo teatrale di David Mamet portato sul grande schermo da Al Pacino in ‘Americans’: ai quattro dipendenti di un’agenzia immobiliare di New York vengono dati dei contatti ai quali fornire dei contratti di vendita di alcune proprietà; chi riuscirà a vendere di più, avrà in premio una Cadillac Eldorado. “Ma almeno loro alla fine hanno un premio – interrompe Yari – noi, se ti va bene, puoi andare avanti a lavorare… altrimenti calcio in culo e sotto un altro. Quando sono stato preso io, si sono presentati a colloquio in trenta”.

In trenta per fare un ‘lavoro’ che consiste in tre euro a consegna, senza contributi, senza contratto, senza tutele assicurative, con il mezzo proprio, i rischi propri, il sudore proprio. Senza un domani e senza un perché.

“Si accetta per bisogno – ragiona Yari – e perché, tutto sommato, è un lavoro semplice semplice. E poi, qualche volta, le mance ci scappano pure. Ma ovviamente, il capo non lo deve mai sapere”. Yari indossa caschetto nero, pettorina rossa e sulle spalle si carica quotidianamente il suo zaino portavivande: “È meglio che fare le consegne in scooter, se non altro si risparmia la benzina. La pioggia? Certo, quando piove è un casino”.

Il ragazzo è caduto un paio di volte: “Una era colpa mia. Ho frenato con l’asfalto viscido e mi sono ribaltato. L’altra, ho sbandato dopo che un’auto non si è fermata allo stop. Mi è andata di lusso, avrebbe potuto schiacciarmi. Sono risalito in bici e ho proseguito a lavorare. Intanto, senza assicurazione dove posso andare? Cosa posso fare? A chi la racconto?”. Yari lavora per un gruppo che ha sede all’estero. E che, figurarsi un po’, “è anche uno dei migliori. Conosco ragazzi che hanno preso un cazziatone perché facevano troppe poche consegne o perché pedalavano lentamente. In due anni ne ho viste di tutti i colori, te lo posso assicurare”.

Ma perché andare avanti? “Tutto sommato andare in bici mi piace. Qualche soldo ci esce. La lista dei vip? Io non l’avrei pubblicata. È vero che ci sono delle ‘pigne’, ma anche delle persone generose. A Chiavari, in fondo, non si lavora male. Le persone sono gentili e quasi sempre riconoscenti. In estate con i turisti va pure meglio. Con i soldi che guadagno, mi pago l’affitto. Trecento euro al mese, la mia stanza in un appartamento condiviso. Per la retta dell’Università, meno male che ci sono i miei. Frequento Economia e in futuro spero di occuparmi di mercati europei”.

Il rider è un’esperienza estrema: “Ma cos’altro vuoi fare se nel frattempo studi? Cercassi lavori più seri, non mi cagherebbe nessuno. Ora è così, per il futuro mi darò da fare. Peccato solo che il Governo avesse promesso una legge per chi fa consegne a domicilio. E stiano ancora tutti lì a non aver risolto niente. Di certo, avremmo bisogno di maggiori tutele. Il sindacato? Cosa mi iscrivo a fare. Quasi nessuno di noi lo è. Mancando delle regole precise, che cosa possiamo rivendicare?”.

Mattia Pirulli, segretario generale nazionale di Felsa Cisl (la categoria della Cisl che rappresenta e tutela i lavoratori somministrati, autonomi e atipici), osserva: “Il problema è abbastanza attuale. Questi ragazzi hanno ragione a chiedere tutele. Hanno ragione da vendere. Purtroppo il Governo l’ha tirata troppo per le lunghe. Un anno fa, di fresca nomina, il ministro del Lavoro si era preso l’impegno di affrontare la questione dei rider. L’aveva indicata come priorità. Il tempo è passato e siamo ancora qui fermi. Ci sono stati alcuni tavoli di confronto con le organizzazioni sindacali, è stato indicato un iter legislativo, poi tutto è tramontato”.

Si è tornato a parlare dei rider quando sono uscite le liste dei vip che non danno le mance. Probabilmente, è stato un espediente, per quanto azzardato e forse un po’ antipatico, che questa categoria ha scelto per dire: “Ci siamo, ci considerate? Qualcuno muove un passo a nostra tutela? Vi ricordate ancora di noi e della nostra vertenza?”.

Pirulli commenta: “A me queste provocazioni non piacciono. Bisogna dire basta alle provocazioni da una parte e alle false promesse dall’altra. E seguire delle strade che abbiano un senso e che portino in direzioni precise”.

Secondo il segretario di Felsa Cisl, “bisogna arrivare a un’intesa per via contrattuale. Occorre che sindacati e datori di lavoro, voglio dire queste aziende, si siedano tutti insieme a un tavolo con il Governo. Va stabilita un’omogeneità di trattamenti sia a livello retributivo che a livello di sicurezza e di tutele. Adesso è una giungla per cui ogni azienda si regola come meglio crede: chi paga a ore, chi a consegna, chi fa dei contratti di collaborazione coordinata e continuativa, chi fa mini assicurazioni, chi non ne fa per niente. Bisogna fare ordine. E ribadire che chi lavora sei o sette giorni alla settimana, otto ore al giorno, ha gli stessi identici diritti rispetto a chi fa pochi giorni e poche ore. Tutti vanno trattati, contrattualmente parlando, allo stesso modo”.

E mentre i vip mugugnano e la politica latita, Yari riallaccia il casco, batte il cinque o inforca nuovamente il pedale. “Ou, mi raccomando… Poi sennò l’affitto me lo paghi tu”. Intanto scappa via in sella alla sua Cannondale, e viene da pensare a quanto entusiasmo metta comunque, in un ‘lavoro’ così assurdo.

Certo che, in fondo al suo percorso, questa laurea Yari se la sarà proprio guadagnata. Chilometro dopo chilometro. Consegna dopo consegna. La vita, diceva Einstein, è come andare in bicicletta: per mantenere l’equilibrio devi muoverti.

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