Rudic, il ‘Guerriero’ che vuole vincere ancora: “Amo le sfide”
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Rudic, il ‘Guerriero’ che vuole vincere ancora: “Amo le sfide”

di DANILO SANGUINETI

Nella pallanuoto, nessuno mai come lui. Ratko Rudic è il Totem, il punto di riferimento, lo spartiacque che porta a dire che in questo sport gli anni andrebbero calcolati usando la dicitura ‘prima o dopo R.R.’:  ha modificato non solo il modo di giocare ma anche quello di pensare di atleti, dirigenti, persino degli spettatori.
L’allenatore più vincente della storia, un unicum negli sport di squadra, capace di portare al titolo olimpico tre differenti nazioni; ovunque sia andato, anche dove ha conquistato meno successi rispetto alla sua fantascientifica media, ha dato il via a processi di crescita ancora in corso.

Nasce a Belgrado nel 1948, croato per ascendenza e scelta, da giocatore milita nei due club più prestigiosi, lo Jadran Spalato e il Partizan Belgrado, vince 8 scudetti, 2 Coppe Campioni, colonna della nazionale iugoslava dal 1968 al 1980, bloccato da infortuni salta le Olimpiadi del 1968 e 1976, fa incetta di medaglie di argento e bronzo a Mondiali e Europei mancando sempre per un soffio il posto più alto del podio. Un’esperienza che gli servirà nell’altra carriera, quella da allenatore, che inizia praticamente un secondo dopo essersi tolto la calottina.

Gli affidano la nazionale juniores perché si faccia le ossa, scoprono in un battibaleno (argento agli Europei e ai Mondiali di categoria) che il ‘Guerriero’ – questo significa il suo nome in serbocroato – è un leader già fatto e finito. Ha formato un’intera classe di campioni che passano con lui nella nazionale maggiore, il team ‘slavo’ che tra il 1984 e il 1988 conquista due ori olimpici, uno mondiale, una Coppa del Mondo. Il mondo resta a bocca aperta. La sua vita cambia perché il suo paese è squassato dalla guerra civile. Proprio nel 1991 la chiamata dall’Italia: il Settebello è diventato una scartina, la Fin cerca un mago, trova un calcolatore con i baffi.
In pochi mesi prende un gruppo di buoni giocatori, alcuni talenti e un paio di giovani e li riprogramma perché siano funzionali alle sue teorie. In due anni centra il Grande Slam: Olimpiade, Mondiale, Coppa del Mondo ed Europeo in sequenza. Un unicum, mai verificatosi prima, mai ripetuto. Non è sazio, anzi alza la posta. Nel 1995, con una decisione che lascia stupefatti, manda via i suoi campionissimi e allestisce una squadra di ragazzini e outsider: rivince gli Europei, si piazza terzo alle Olimpiadi di Atlanta 1996. Sembra in cerca di sfide sempre più ardue, di scommesse sempre più impossibili.

Nel 2001 va negli Usa, prepara un piano per arrivare alle Olimpiadi di Pechino 2008 con una squadra vincente. Da zero o quasi forma un gruppo che migliora di torneo in torneo, sennonché nel 2005 la Croazia, che non ha vinto niente di importante dall’epoca dell’indipendenza (1992), gli chiede di tornare. Non può essere sordo al grido di dolore della sua patria: arriva, vede e… naturalmente vince: 2007 i Mondiali, nel 2010 gli Europei, nel 2012 le Olimpiadi. Il massimo dei massimi, e continua: nel 2013 diventa C.T. del Brasile, lo prepara per i giochi in casa, quelli del 2016. Intanto gli fa vincere un bronzo alla World League, cosa mai accaduta prima, poi alle Olimpiadi viene fermato nei quarti dalla Croazia. La nuova Selecao è comunque varata, ha preso un posto tra le grandi dopo decenni di oscurità. Potrebbe bastare, sembra essere il capolinea, annuncia il ritiro.
Dal 2007 è nella International Swimming Hall of Fame, la motivazione certifica che è “uno dei migliori, se non il migliore, allenatore di pallanuoto che abbia mai calcato il bordo piscina”. Invece la scorsa estate contrordine. La Pro Recco del presidente Felugo gli offre il posto da allenatore. E lui, che non aveva mai diretto un club, tra la sorpresa dell’universo pallanotistico, accetta.

Perché?
“Perché mi hanno proposto un progetto. Avevo deciso di smettere dopo il Brasile. Mi è stata fatta questa offerta, ci ho pensato su; decisivo è stato il concedermi tempo e modi per attuare il piano. Nella mia carriera ha contato sempre questo, non altre considerazioni”.

Rischia grosso, la Pro Recco vince sempre, anche se è come la Juve: domina in casa propria, stenta in Europa…
“Il che rende la cosa ancora più interessante. Io dico che vincere non è mai scontato, da nessuna parte, in nessuna condizione. Se bastasse avere la squadra più forte, i campionati neppure inizierebbero. Per me sarà dura sia in Italia, dove Brescia e Sport Management si sono rafforzate, sia in Europa, ma abbiamo lavorato e lavoreremo per questo, senza distrazioni, al massimo delle nostre possibilità”.

Lei si considera uno baciato dalla sorte?
“Puoi avere il vento a favore in una partita, non per mesi o anni. Nei tornei ad alto livello non puoi improvvisare niente. Mi hanno insegnato che ogni risultato te lo devi guadagnare, questo ho cercato di fare in tutta la mia carriera. Ripeto che non conosco formule magiche; solo programmazione, serietà, costanza”.

Ha allenato i campioni di almeno tre generazioni, chi è il migliore che ha avuto?
“Tutti e nessuno. Non avrebbe senso paragonare gli atleti degli anni Ottanta a quelli degli anni Novanta del secolo scorso, per non parlare di quelli dei successivi venti anni. A ogni periodo il suo campione. Chi ha vinto con me le Olimpiadi e i Mondiali erano in quel momento e per quella competizione il più forte, lo ha detto la vasca non il sottoscritto”.

Tra tante soddisfazioni ci sarà il rimpianto per una vittoria non colta.
“Se proprio devo scegliere, direi le Olimpiadi di Atlanta 1996: bronzo alla guida di una nazionale italiana che giocava una grande pallanuoto. Non fummo mai battuti nei tempi regolamentari, perdemmo semifinali e finali agli extra time. Rammarico ma anche rispetto del responso: prevalse la Spagna, giusto così”.

Una sconfitta che le è stata utile?
“Risposta facile: tutte, sempre, da quelle sonore a quelle minime, nei tornei di preparazione come nelle gare che assegnavano medaglie iridate. L’allenatore capisce cosa fare solo quando quello che aveva provato non funziona. In più, se è preparato, capirà che cosa non va nel suo metodo e lo corregge. La base delle proprie conoscenze è una, il resto del bagaglio lo si apprende per strada, proprio facendo tesoro della battute di arresto”.

La pallanuoto di oggi è quasi un’altra cosa rispetto a quella della sua gioventù. Le piacciono le novità?
“Molto. Tanti si lamentano dei continui cambiamenti, criticano le nuove regole della Fin. Io dico invece che vanno nella direzione giusta, se non rendi il nostro sport più veloce, semplice, più ‘televisivo’ e spiegabile, sarà spacciato. In tanti anni ogni volta che si è cambiato qualcosa ho ascoltato profezie di sventura, di rovina. Invece ci siamo adeguati e siamo andati avanti”.

Qual è il segreto per stare sulla cresta dell’onda?
“Prevedere ogni cosa o comunque provarci. Insegnare ai tuoi giocatori a migliorare di partita in partita, anzi di allenamento in allenamento. Alzare ogni volta l’asticella, la preparazione fisica importante quando la cura della tecnica individuale e collettiva”.

L’indiscusso maestro ha un erede, o almeno un allievo prediletto?
“Beh Alessandro Campagna è stato mio giocatore, poi mio vice in Nazionale, infine mio temibile avversario. Intelligente, scrupoloso, capace di lavorare al meglio con formazioni e uomini profondamente diversi. E mi piace come fa giocare le sue squadre”.

In pratica il suo autoritratto, quindi una specie di investitura. Anche se il numero uno per ora resta sempre lui. Andate a vedere un allenamento della Pro Recco e capirete che cosa significa essere Ratko Rudic.
Si racconta che per capire il genio di Toscanini non bisognasse assistere a un suo concerto ma ad una sua prova. Lo stesso per ‘il Guerriero’, che parla cinque lingue correttamente e si fa capire in almeno altre due. Guida alcuni tra i più forti giocatori al mondo senza mai alzare la voce o muoversi dal suo posto a bordo vasca. Gli basta alzare un sopracciglio o muovere appena i celeberrimi baffi e i suoi ‘orchestrali’ scattano come fulmini…

31 Gennaio 2019
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