La barra dell’Entella e l’insostenibile leggerezza delle istituzioni
Approfondimento, Attualità

La barra dell’Entella e l’insostenibile leggerezza delle istituzioni

di ALBERTO BRUZZONE

La questione della barra sabbiosa mai rimossa alla foce del fiume Entella è uno di quei classici pasticci all’italiana. Dove la burocrazia continua a farla franca, a dispetto dell’urgenza dell’intervento e del fatto che sia universalmente riconosciuta e ammessa da tutti l’assoluta necessità di rimuovere quella montagna di detriti che ostruisce lo scarico delle acque nel mare.
Si parla da anni, ormai, di eliminare il problema. Ma, nei fatti, non accade mai nulla. Parole tante. Azioni zero. E, ogni volta che piove un po’ di più, si guarda con preoccupazione al livello del fiume, la zona intorno a viale Tito Groppo è costantemente allagata, la parte lavagnese pure, i giardini vengono chiusi, i sottopassi idem.

Tutte le volte sembra la volta buona. I lavori partiranno. Ci siamo quasi. I soldi ci sono. La volontà pure. Poi la barra sabbiosa resta lì, aumenta di volume in maniera impressionante, il fondo del corso d’acqua si alza e si va avanti incrociando le dita, sperando che non arrivi l’alluvione.
Nel frattempo, si continua a parlare senza sosta del contestatissimo progetto della diga Perfigli, una sponda in cemento che dovrebbe essere eretta sul fronte lavagnese del fiume e che gli ambientalisti e i frontisti da sempre avversano in quanto molto, anzi troppo impattante, rispetto al contesto naturalistico e faunistico e, inoltre, di assai dubbia utilità.
E’ una situazione insensata. Di pericolosità enorme. Il fiume Entella è una bomba idrogeologica con la quale sono costrette a convivere migliaia di persone, nei due comuni principali, Chiavari e Lavagna, ma anche nei molti dell’entroterra. Perché è chiaro che se l’acqua non finisce correttamente in mare, risale indietro e l’Entella può esondare praticamente dappertutto.
Come se non bastasse, a pochi metri di distanza c’è anche l’altra immensa e gravissima situazione non risolta: quella relativa al torrente Rupinaro. Il progetto per la messa in sicurezza è in corso di realizzazione e già finanziato, ma non può partire (come ‘Piazza Levante’ ha spiegato nei numeri scorsi) perché una norma nazionale impone di rialzare tutti i ponti di nuova costruzione e, nei fatti, questo è impossibile a proposito di tutte le strutture chiavaresi (questione che ritorna in molte altre città). Così anche lì è tutto fermo. Tutto affidato alla clemenza del cielo e alla bontà della natura. Sembra folle, ma è la verità.

Franco Elter, docente di Geologia Strutturata all’Università di Genova, da anni segue la situazione sia dell’Entella che del Rupinaro, nonché della Collina delle Grazie. Sul Rupinaro scrive: “I problemi sono molteplici. Sin da quando era in carica l’amministrazione Poggi, ho iniziato a segnalare le criticità riguardanti questo torrente. Si possono riassumere in punti: la diga frangiflutto alla sua foce, a 90 gradi rispetto all’asse torrentizio; il restringimento della foce stessa; l’aver cementificato in tutto la parte finale del letto torrentizio”.
Inoltre, ricorda Elter, “sono stato anche uno dei pochi che ha criticato il nuovo ponte che conduce al casello dell’autostrada, quello di via Castagnola, che reputo pericoloso ed inutile, in quanto troppo basso, e inoltre le spallette non andavano fatte chiuse. Ma già ai tempi mi era stato risposto dall’allora sindaco Levaggi che i suoi tecnici erano di assoluta fiducia e che io ero un intellettuale integralista. Penso che il mio curriculum, consultabile in rete, possa rispondere tranquillamente a tale critica”.

Il resto del ragionamento è legato all’Entella. “La questione del dissesto idrogeologico – afferma Elter – è piuttosto annosa. Ed è sia politica che tecnica. Quella politica: il Contratto di Fiume, ovvero il tavolo di confronto tra la Regione Liguria e tutti quei Comuni che sono toccati dal bacino dell’Entella, diciassette in totale, è nel limbo da anni e la Regione non lo ha mai convocato, al contrario di quello che è stato fatto in altre zone d’Italia. E non se ne capisce il motivo”.
Nei giorni scorsi, lo stesso Comitato per il Contratto di Fiume, ha scritto un duro intervento: “Ogni volta – si legge – che si presenta un problema in cui dovrebbe svolgere il ruolo di mediazione tra istituzioni e cittadini, il Contratto di Fiume scompare dai radar… come mai? E come mai la Regione Liguria continua a non riconoscere ufficialmente il Contratto di Fiume Entella, costituitosi presso il comune di Chiavari nel 2016? Tutto ciò è tanto più grave se è vero, com’è vero, che si possono elaborare e presentare progetti di messa in sicurezza finalizzati a ottenere finanziamenti europei solo a condizione che vengano affidati a competenze di rilievo e di considerare il bacino nella sua interezza”.

Il Comitato aggiunge anche: “Crediamo che il Contratto di Fiume Entella sia l’unica soluzione in grado di affrontare i problemi complessi che la contemporaneità ci pone. Questa è la strada perseguita dai diversi paesi europei e dalle molte regioni italiane più avvedute che, attraverso il dibattito pubblico, giungono a soluzioni concertate, praticabili e non frammentate o ambigue alle quali, purtroppo, la politica degli ultimi decenni ci ha invece abituato. Prima che il dissesto faccia veramente dei danni”.

L’altro aspetto, secondo il professor Elter, è squisitamente tecnico: “Ovvero la questione della Diga Perfigli. Prima ancora di discutere sulla sua utilità o meno, andrebbero fatte quelle opere alla foce dell’Entella che sono attese da anni. Ovvero la rimozione del cono sabbioso. Senza questo, la diga è completamente inutile a prescindere”.
E, probabilmente, senza barra sabbiosa, non servirebbe neppure. “La Regione – prosegue Elter – dovrebbe compiere una Valutazione d’Impatto Ambientale e una Valutazione d’Impatto Strategico. Gli strumenti per giudicare la necessità o meno di un’opera ci sono. Ma se non andiamo a risolvere quello che succede alla foce, non serve a niente”.

Il docente ricorda: “Già nel 2003 il Cnr fece uno studio che partiva dalla foce dell’Entella e risaliva di un chilometro e mezzo. Fu scoperto un tronco di cono di trecentomila metri cubi di sedimento. E’ un aspetto molto importante”.

Il ‘tappo’ è ancora lì. Anzi, c’è da immaginare che in quindici anni sia pure aumentato. E ora? “Al netto dei ragionamenti su cosa fare con quella sabbia – dice Elter – va agito in maniera completamente differente rispetto a quanto fatto finora. Bisogna intervenire con delle idrovore. Si parte dal largo, con delle draghe, e si arriva sino alla foce. Togliere la barra significa migliorare l’angolo di uscita della foce. Di conseguenza, il fiume scarica correttamente in mare, ricomincia a scorrere, il letto viene eroso e ricomincia a scendere. A questo punto, se scende l’alveo, si può discutere sull’utilità dell’argine o meno. Ma se non si risolve l’aspetto della foce, correggendola, è difficile parlare di mitigazione del rischio. Diga o non diga? Bisogna prima togliere il ‘tappo’, che è stato provocato, non bisogna dimenticarlo, da tutte quelle costruzioni, come i porti di Lavagna e di Chiavari, che hanno modificato l’equilibrio naturale”.

Ultimo tema affrontato da Elter, la sabbia eventualmente rimossa. “Che farne? Si può usare per i ripascimenti, una volta che è stata analizzata e considerata idonea. Ma anche il tema dei ripascimenti è complesso. Se non si fanno prima delle dighe sottoflutto che consentano di rompere il moto ondoso, è tutto inutile. Perché bisognerebbe intervenire sulle spiagge di continuo. Come infatti avviene spesso”.

L’INTERVISTA DI MARISA SPINA A FRANCO ELTER

27 Dicembre 2018