Home Aziende in vetrina MAGIL, così una lavagnese ha rilanciato il brand dei piccoli

MAGIL, così una lavagnese ha rilanciato il brand dei piccoli

da Alberto Bruzzone

Nel nome MAGIL c’è l’acronimo della sua famiglia: “MA” come papà Mario, “GI” come la sorella Giulia, “L” come mamma Luisella e le altre due sorelle, Lucia e Laura. Ma in questa storia quasi fiabesca, in cui si disegnano e producono abiti per bambini rigorosamente Made in Italy, non ci sono episodi scontati. E neppure quello del nome può esserlo: perché nel 1966, l’anno di fondazione dell’azienda, la famiglia di Maria Chiara Maggi è un progetto neppure immaginato dalle parti di Lavagna.

MAGIL, infatti, prende vita ben lontano dal Tigullio, a Crema, grazie all’intuizione di Gilberto Mantica – ecco spiegato l’acronimo – e all’inconfondibile gusto della moglie Lina. Capi di alta qualità, finiture di pregio, stile raffinato tipicamente italiano che ne fanno uno dei marchi di riferimento della moda per i più piccoli nelle vetrine più ambite del mondo. Un’affermazione che si tramuta in esplosione negli anni Ottanta e Novanta fino, a diventare sofferenza nel nuovo Millennio con diversi cambi di proprietà e la crisi dei negozi specializzati.

Le strade di Maria Chiara e MAGIL si incontrano quasi per caso nel 2006: “Mi ero appena laureata allo Ied di Milano. Sono andata a Pitti per raccogliere un po’ di contatti, ho mandato seicento curriculum ricevendo una sola risposta: era MAGIL”. Da lì inizia una collaborazione e poi una proposta – siamo nel 2011- a cui non può dire di no: rilevare il marchio.
Maria Chiara ‘rompe il salvadanaio’, crede in se stessa e in quella storica azienda, trova un socio e spiega le vele al vento. “Non sapevo a cosa sarei andata incontro, ma l’intuizione è stata premiata”. Gli inizi sono stati tutt’altro che facili, in un magazzino da 85 metri quadrati sopra una lavanderia a gettoni “che speravamo non partisse proprio quando incontravamo i clienti”. E poi i commenti velenosi dei competitor “che ci davano delle pazze”. Sì, pazze: perché con Maria Chiara ci sono quattro ragazze che con lei sono cresciute e crescono ogni giorno “credendo fortemente in quello che facciamo. Sono la mia fortuna”.

C’è senso di appartenenza, motivazione e orgoglio, lavorare qui è quasi un modo di essere: “Sorridiamo anche se magari abbiamo fatto le 4 di notte per montare lo stand. Ma mica per questo vuol dire che siamo superficiali…”. La forza delle donne che sulla loro strada hanno incontrato persone come Antonio Gozzi, disposte ad aiutare un’azienda che oggi fattura oltre il milione di euro, vende 40mila capi all’anno, e attira gli sguardi del mondo sul Tigullio. C’è il nome di MAGIL nel negozio aperto all’interno di una Mall ad Abu Dhabi. E quelle cinque lettere presto compariranno in uno showroom a Milano proprio nel Quadrilatero della Moda.

Il momento più bello? “Quando abbiamo inaugurato la nuova sede nel porto di Lavagna. È stato lo spartiacque, il segnale che avevamo acquisito credibilità”. 450 metri quadrati con magazzino, show-room, atelier, angolo per il controllo qualità e uffici. Poteva scegliere la pianura padana o il meno impegnativo entroterra: Maria Chiara, invece, ha percorso ancora una volta la via più complicata ma soprattutto romantica.

Lo ha fatto anche quando ha deciso di non puntare sulla vendita online per privilegiare i suoi clienti, i negozi, e creare un circolo virtuoso che comprende anche quattro laboratori di confezione tra Carasco, Genova, Lavagna e l’Emilia Romagna, per un indotto di venti persone al servizio di MAGIL. Che da sette anni vola alto grazie alla creatività di questa giovane donna di Lavagna. “Disegno con vista sul mare quando il sole cala e l’ufficio si svuota, riesco a concentrarmi meglio”. Maria Chiara traduce così l’aggiornamento costante tra Parigi e Milano e i segreti imparati negli anni da consulente.
“La MAGIL non poteva finire in mani migliori”, le ha scritto Giovanna Mantica, figlia del fondatore, prima di fare tappa a Lavagna per mostrarle archivi di collezioni del passato (nella foto). Li aveva custoditi gelosamente per decenni. Perché in fondo anche il destino ha la sua puntualità.

DANIELE RONCAGLIOLO

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