Home SportBasket Vittorio Vaccaro, l’apostolo del pallone con gli spicchi

Vittorio Vaccaro, l’apostolo del pallone con gli spicchi

da Alberto Bruzzone

di DANILO SANGUINETI

L’apostolo del pallone a spicchi: Vittorio Vaccaro, una vita per il basket e il canestro come centro di gravità permanente. Da Chiavari a Genova, poi ancora indietro, poi in giro in Italia e all’estero ed adesso Casarza. Emigrante, evangelizzatore del pallone a spicchi, predicando schiacciate e rimbalzi ai maschi, alle ragazze, con i grandi con i giovani, addirittura maestro dei maestri, spiegare i rudimenti e le tattiche più raffinati, il coach chiavarese, classe 1956, si è inventato è reinventato decine di volte con il canestro sempre come stella polare.

Ne avrebbe di cose da raccontare l’allenatore della Valpetronio Basket, una storia particolare per ogni partita delle mille e mille che ha affrontato, da giocatore e da tecnico. Perché non cominciare dall’ultima, il derby con il  Blue Sea Lavagna per il campionato di serie D maschile. Un derby al plurale e pure al singolare, di fronte c’era Eliana Carbonell, alla quale Vittorio ha fatto muovere i primi passi cestistici, che ha seguito passo passo da atleta e alla quale ha dato preziosi consigli quando ha lasciato il parquet ed ha indossato la giacca da coach.

L’allieva e il maestro, la ribellione dei giovani ecc ecc. E invece niente resa dei conti. Anzi. Come poteva il Prof Vaccaro sconfessare anni e anni di insegnamento: “Eliana quando sei sul parquet non hai amici né parenti. Vai, lotti, e fai l’impossibile per vincere, senza trucchi e senza inganni ma anche senza tregua”.
Così è stato ancora una volta: la Valle ha avuto la meglio sul Blue Sea: 74-46. Niente concessioni prima, grande cavalleria dopo: “Il match era abbastanza segnato, loro sono matricole che si stanno ambientando, noi abbiamo un organico quasi altrettanto giovane ma che ha già maturato la necessaria esperienza”.

Forse perché da quest’anno in cattedra c’è il mago Vaccaro. “Mi hanno chiesto gli amici di Casarza nei mesi in cui non sono impegnato con i corsi estivi se volevo dar loro una mano. Avevano paura che rifiutassi. Per me non c’è differenza tra allenare in serie A o in serie D, ho solo chiesto di parlare con i ragazzi, volevo capire se c’era materia anche grezza sulla quale lavorare”.
Chi ha assistito al discorso che Vaccaro ha fatto al team dice che sarebbe stato da registrare e mandare sui social. “Gli ho detto che non mi interessava né vincere né che diventassero famosi, dovevano solo garantirmi che a fine anno li avrei lasciati migliori di come li avevo trovati. Sono bastate poche settimane di lavoro per farmi capire che avevo scelto giusto. Un solo episodio: avevamo in programma un allenamento al venerdì sera, un’allerta meteo lo ha fatto saltare perché gli impianti dovevano rimanere chiusi; ho chiesto di recuperare la sessione l’indomani mattina, sabato, ma senza obbligo di presenza. Sono ragazzi, non sono professionisti, studiano o lavorano, e sapevo che al venerdì sera di solito escono. Sabato mattina presto, molto presto, in palestra mi sono trovato di fronte l’intera rosa”.

Che Vaccaro sia uno che trascina, che convince e fa vincere lo testimoniano le tappe di una carriera ultradecennale: “Beh ho festeggiato le nozze d’oro con il basket, anzi mi preparo a quelle di diamante. Entrai in una palestra e provai a fare canestro a neppure nove anni. Nel 1976, a venti anni, ho preso il patentino da coach continuando a giocare. Da allenatore ho tirato su almeno cinque generazioni di ragazzi”.

Tra i quali un certo Ario Costa. “Lui era eccezionale, non ho fatto molto, se non incanalare verso il giusto sbocco un talento più che evidente. Ma ho gioito per altri atleti e atlete che hanno fatto il salto nel professionismo. E allo stesso tempo mi sono rattristato perché li vedevo lasciare la loro terra. Cosa avrei dato perché potessero affermarsi indossando i colori di una nostra società”.
In alcuni momenti, a Genova, a Chiavari, c’è andato vicino. “C’erano dirigenti e c’era la voglia di tentare qualcosa di grande. Sino a venti anni fa ho sperato, poi ho dovuto arrendermi. Anch’io sono andato a cercare altri palcoscenici, fuori regione”.
Per potersi battere ad alti livelli: Olbia, Foligno, addirittura in Svizzera, nel Canton Ticino. “Presso gli elvetici avrei anche potuto fermarmi, mi hanno incaricato di fare da professore nei corsi di perfezionamento dei loro allenatori. Fare avanti e indietro però era troppo faticoso e prendere casa una decisione troppo onerosa. Alla fine sono tornato alla… base, nel mio Tigullio”. Con la segreta speranza che qualcosa torni.

“L’esperienza mi dice che le possibilità non sono molte. In tutta la regione siamo nel maschile ai minimi storici, 11 società di C Silver, la quinta categoria a partire dall’alto, nel femminile un po’ meno, qualcosa si muove in serie B, ma partendo da una base di reclutamento assai più piccola”.

Il Tigullio potrebbe essere il luogo adatto per ripartire? “Il basket deve confrontarsi con nuove realtà. I ragazzi e le ragazze sui quali puntare andrebbero scovati con grande pazienza ma non sarebbe impossibile. Gli impianti e le energie finanziarie, ma non solo, si potrebbero anche trovare. Quello che manca, secondo me, è un club che funga da catalizzatore, che faccia da traino alle altre società. Una Entella cestistica per capirci. Sarò franco, non sono ottimista…” Forse è vero, forse no. Altrimenti perché il ‘Grande Vittorio’ avrebbe accettato l’offerta della Valpetronio? Chi ha il fuoco dentro rifiuta la rassegnazione. Prometeo si nasce, non si diventa.

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