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Rifiuti speciali: i perfetti sconosciuti dell’opinione pubblica

da Alberto Bruzzone

di ENRICO LASTRICO *

Si parla sempre più spesso dei rifiuti prodotti dalle famiglie e dalle imprese in città, cioè dei rifiuti urbani. Questo tema appassiona i cittadini, le associazioni ambientaliste e tutti gli stakeholders per l’evolversi delle tariffe e su questo argomento si giocano le campagne elettorali dei comuni e la reputazione delle nostre città.
Tuttavia esiste un altro tipo di rifiuti, dei quali non si parla per nulla, che vengono prodotti in quantità nettamente superiori agli urbani e la cui gestione non sempre è così cristallina: si tratta dei cosiddetti ‘rifiuti speciali’ che vengono definiti così dalla normativa per il fatto di essere prodotti non dalle famiglie, ma da attività agricole, industriali, artigianali, commerciali e di servizi.
Di questo gruppo fanno parte i rifiuti ospedalieri, gli scarti di lavorazione, i fanghi derivanti dalla potabilizzazione e da altri trattamenti, gli scarti degli impianti di smaltimento e recupero dei rifiuti, i detriti e gli scarti dell’edilizia, ma anche imballaggi in cartone, legno, plastica, ecc e sono ulteriormente classificati in pericolosi e non pericolosi. In alcuni casi, trattandosi di rifiuti identici a quelli urbani, i rifiuti speciali possono essere ‘assimilati’ ai rifiuti urbani attraverso un apposito regolamento deliberato dal Comune sulla base di criteri quantitativi e quali-quantitativi stabiliti dalla norma nazionale e per il loro avvio a recupero o a smaltimento è dovuto il pagamento della ‘tariffa per la gestione dei rifiuti urbani’ TARI. E’ ad esempio il caso degli imballaggi di cartone prodotti dai negozi in città i cui quantitativi contribuiscono alla raccolta differenziata dei Comuni.

La produzione dei rifiuti speciali
La produzione nazionale dei rifiuti speciali, nel 2016 (ultimo dato disponibile), si attesta a quasi 135,1 milioni di tonnellate, quattro volte e mezzo maggiore della produzione dei rifiuti urbani che, nello stesso anno, raggiunge le 30,1 milioni di tonnellate e rappresenta solo il 18% del totale dei rifiuti prodotti (165 milioni di tonnellate); i rifiuti speciali costituiscono l’82% del totale!

Tra il 2015 e il 2016 si rileva un aumento nella produzione totale di rifiuti speciali, pari al 2%, corrispondente a circa 2,7 milioni di tonnellate, per lo più non pericolosi.

Nel 2016 la produzione totaledi rifiuti speciali non pericolosi risulta pari a circa 125,5 milioni di tonnellate la cui gran parte deriva dal settore delle costruzioni e demolizioni con una percentuale pari al 43,4% del totale prodotto, corrispondente a quasi 54,4 milioni di tonnellate.

Seguono le attività di trattamento di rifiuti e di risanamento (26,9%) e quelle manifatturiere (19,4%), corrispondenti in termini quantitativi, rispettivamente, a 33,7 milioni di tonnellate comprensive dei quantitativi di rifiuti derivanti dal trattamento dei rifiuti urbani (11,2 milioni di tonnellate) e a circa 24,3 milioni di tonnellate comprensive dei quantitativi di rifiuti derivanti dal settore sanitario (quasi 3,9 milioni di tonnellate) (v. figura 1). Alle restanti attività, prese nel loro insieme, corrisponde il 10,3% del totale di rifiuti non pericolosi prodotti (oltre 13 milioni di tonnellate).

Il quantitativo di rifiuti speciali pericolosi prodotto, nel 2016, risulta pari a 9,6 milioni di tonnellate.
L’analisi dei dati sui rifiuti pericolosi (Tabella 1) mostra, nel 2016, per il settore manifatturiero una percentuale pari al 38,3% del totale prodotto, corrispondente a quasi 3,7 milioni di tonnellate. Il 30,9% è attribuibile alle attività di trattamento rifiuti e di risanamento, pari a quasi 3 milioni di tonnellate; segue il settore dei servizi, del commercio e dei trasporti (19,8%) con 1,9 milioni di tonnellate, di cui oltre 1,3 milioni di tonnellate di veicoli fuori uso (13,6%).

Questi dati ci fanno subito comprendere quanto sia grande il mondo dei rifiuti speciali, ma ci fanno immediatamente pensare a quanto possa essere dubbia la loro gestione visto che la gran parte dell’attenzione dei politici, delle associazioni e dei media è rivolta ai rifiuti urbani. Della nebulosità della gestione di questi rifiuti ne è profondamente convinta Legambiente, che da anni sostiene che non si sappia nulla almeno del 50% di questi rifiuti e questa convinzione è indirettamente supportata dallo stesso ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, sottoposto alla vigilanza del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, che nel suo ‘Rapporto Rifiuti Speciali – Edizione 2018’ parla di ‘stime’ dei quantitativi e nella parte iniziale del rapporto precisa che “Il ricorso alle procedure di stima si è reso necessario per alcuni settori produttivi che, ai sensi della normativa vigente, risultano interamente o parzialmente esentati dall’obbligo di dichiarazione” e conclude “Appare evidente, dunque, che per i settori interamente esentati dall’obbligo di dichiarazione e per quelli caratterizzati da un’elevata presenza di piccole imprese, l’elaborazione della banca dati MUD non possa fornire un’informazione completa sulla produzione dei rifiuti non pericolosi”.

La gestione dei rifiuti speciali
Ma che fine fanno tuti questi rifiuti? Al di là della relativa incertezza sui numeri, rispetto al totale gestito (141,3 milioni di tonnellate totali comprensive di 11,3 milioni di tonnellate di rifiuti speciali rimasti in stoccaggio presso gli impianti e presso i produttori al 31/12/2016), il recupero di materia, cioè il reinserimento nel ciclo produttivo come nuova materia, costituisce la quota predominante, il 65% (91,8 milioni di tonnellate), seguono con il 13,3% (18,8 milioni di tonnellate) altre operazioni di smaltimento (come trattamento biologico o fisico/chimico) e, con l’8,6% (12,1 milioni di tonnellate) lo smaltimento in discarica. Sono residuali, con l’1,5% e con lo 0,9%, le quantità avviate al recupero di energia e all’incenerimento. Alla ‘Messa in riserva’ e al ‘Deposito preliminare’ pari, rispettivamente, al 10,2% e allo 0,6%, sono avviati complessivamente 15,3 milioni di tonnellate di rifiuti, che nell’anno di riferimento non sono destinati ad ulteriori operazioni di recupero/smaltimento, ma permangono in giacenza presso gli impianti di gestione ovvero presso il produttore per essere trattati nell’anno successivo.

Vale la pena segnalare che al totale gestito si aggiungono circa 11,2 milioni di tonnellate di rifiuti speciali derivanti dal trattamento di rifiuti urbani, cioè lo scarto che esce dagli impianti che trattano i rifiuti provenienti dalle raccolte differenziate delle città. Nello specifico, di tale quantità, 423 mila tonnellate sono recuperate come fonte di energia, 2,6 milioni di tonnellate sono incenerite, circa 6,6 milioni di tonnellate sono smaltite in discarica e infine, 1,6 milioni di tonnellate, vengono avviate a recupero di materia. Questa è la chiara dimostrazione dell’irrinunciabilità di un sistema impiantistico efficiente senza il quale siamo obbligati a spedire altrove i nostri rifiuti, speciali o urbani che siano.
(1/segue)

Fonti:
ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale
Rapporto Rifiuti Speciali – Edizione 2018
Rapporto Rifiuti Urbani – Edizione 2017

Legambiente
ECOMAFIA 2018 – Le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia

* (l’autore è un esperto di analisi, progettazione, gestione e commercializzazione di servizi ambientali e di igiene urbana)

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