Home SportBasket L’ultimo miracolo di Ario Costa sotto al canestro

L’ultimo miracolo di Ario Costa sotto al canestro

da Alberto Bruzzone

di DANILO SANGUINETI

No, per Ario Costa, non è il caso di tirare fuori la storia del profeta lontano dalla patria. I suoi più fulgidi trofei li ha ottenuti – e continua ad ottenerli anche se in un’altra veste – lontano dalla natia Liguria, ma questo non toglie che nella sua Cogorno come ovunque dalle nostre parti sia stimatissimo.
Ha dovuto costruire altrove la sua carriera di asso del canestro prima e di manager coraggioso e vincente oggi esclusivamente perché, ahinoi, solo fuori regione c’erano palcoscenici adatti al suo talento. Qui da noi mise in luce il suo talento, era però chiaro che per spiccare il volo gli servivano piste di lancio più lunghe e meglio illuminate.

Nell’elenco dei grandi sportivi del Tigullio, Ario Costa (qui nella fotografia di Filippo Baioni) va messo di diritto nella top ten, per vittorie, lunghezza di carriera, serietà e soprattutto capacità di reinventarsi dirigente di altissimo livello, l’unico paragone che regge è quello con Eraldo Pizzo.
Ario Costa, classe 1961, nasce a Cogorno, muove i primi passi nell’Aurora Chiavari, alto 2,11 metri, viene impostato come centro. Talento precoce, a soli 15 anni passa al Basket Brescia. A 24 anni il salto nella Scavolini Pesaro, squadra che mette in discussione negli anni Ottanta il predominio milanese-lombardo nella pallacanestro italiana. Conquista due scudetti (1988 e 1990) e due Coppa Italia, dopo 21 campionati di serie A (oltre 650 partite) e 12 anni in azzurro (198 presenze, un oro, un argento e un bronzo agli Europei), nel 1997 decide di passare dal parquet alla scrivania.
L’attività agonistica non gli ha impedito di studiare e di diventare –  in uno sport dove il livello medio di istruzione degli atleti è incomparabilmente superiore a quello di altre discipline molto più ricche (qualcuno ha detto “calcio”…) – uno che si fa ascoltare anche nei consigli di amministrazione. Comincia come Team Manager, poi General manager a Pesaro che diventa la sua seconda casa, sino al divorzio nel 2003, quando si allenta il connubio sin lì trionfale tra la proprietà della famiglia Scavolini e la società marchigiana. Va a Fabriano, nel 2006 è ingaggiato dalla campana Scafati, ma per dissidi con il presidente rompe prematuramente il contratto.
Costa, che non è disposto a compromessi al ribasso, dovunque vada lascia un ottimo ricordo: direttore sportivo per la Lottomatica Roma, general manager della Eldo Napoli, del Basket Cremona che si fonde con la Soresina e ritrova la massima serie. Nel 2010 torna al Basket Brescia, in un percorso ad anello verso i luoghi dove da rookie si mise in luce: due anni da general manager lì, un anno alla Fulgor Forlì come direttore tecnico e team manager.

Ha girato, ha scalato gli organigrammi, è pronto per il definitivo grande ritorno: nel 2013 viene chiamato nella ‘sua’ Pesaro per trovare una soluzione alla crisi nella quale la società è sprofondata. La serie A è a rischio, la Scavolini ha ridotto l’impegno economico, il crollo totale è a un passo.
“Ce la siamo vista brutta – ricorda Ario – ci davano per spacciati e non posso negare che anche alcuni tra noi dirigenti disperava. Mi hanno voluto nominare presidente perché coordinassi il lavoro di un collettivo di dirigenti, tecnici e atleti che hanno accettato sacrifici e lottato senza risparmiarsi uniti da un unico collante: l’amore per questi colori, per questa bandiera. In quella stagione, come nelle quattro successive, siamo sempre riusciti a difendere la categoria. Una bella impresa”.

Ario Costa da ligure-marchigiano di poche parole, la fa molto più facile di quanto sia stata. Pesaro si confronta con realtà più grandi ‘n volte’ sia tecnicamente, che politicamente che, soprattutto, finanziariamente e tiene sempre botta. “Il segreto è fare economia, badare anche al singolo centesimo speso. In questo mi aiuta la mia discendenza genovese (sorride, Ndr). Non si spreca niente, teniamo d’occhio il bilancio, facciamo programmi attentamente calcolati e li seguiamo scrupolosamente. La fortuna di poter contare su un grande settore giovanile non è piccola. Il resto lo fanno la passione e il sostegno dell’intera città”.

Ecco come si spiegano certe cifre… “Nella partita decisiva per la salvezza della precedente stagione, la penultima giornata, sono venuti in 7mila a sostenerci. Pensate che con una media di 4200 spettatori ci siamo classificati al secondo posto nella classifica presenze”.
Chissà che cosa accadrebbe se la squadra spiccasse il volo. “Oggi come oggi, gli unici salti autorizzati sono quelli dei nostri atleti. I dirigenti, io come presidente per primo, restano con le scarpe ben piantate per terra”. Anche in questo campionato ci sarà da soffrire. “Molto facile, ma siamo preparati e abbiamo maturato un’abitudine alla lotta che ci permette di superare i momenti duri. Io ci credo, i ragazzi anche”.
Uno come Ario Costa alla Liguria, al Levante manca molto. E a lui il suo Tigullio? “Certo che sì, sto benissimo qui, mi considerano uno di loro, ma ogni tanto penso a casa, e mi viene da fantasticare…”. Diciamo la verità, un Costa presidente di un Alcione Chiavari che sale, sale sino ad arrivare a categorie nazionali, sarebbe una libidine totale, non solo per i cestisti.
“La realtà però ti costringe a riaprire gli occhi. Qui da noi (e intende il Levante) ci sarebbero le energie, potrebbero saltare fuori anche i talenti necessari, ma mancano due cose fondamentali”. Non si fa pregare per rivelarle: “Le strutture. E’ incredibile che in tutto il Tigullio non ci sia un Palasport degno di quelli che vedo in tutto il resto d’Italia, anche in zone più depresse o se preferite meno ricche che il Levante. E poi manca il catalizzatore, l’uomo o la donna che prendano la bandiera, sveglino il gigante che dorme. Sarò ancora più chiaro: al basket ci vorrebbe un Antonio Gozzi. Ho seguito quello che ha fatto per il calcio, per l’Entella e penso a dove sarebbe l’Aurora con uno come lui in società. Beh confidiamo nell’effetto valanga, magari se l’Entella sposta un sasso, chissà che qualcosa non si smuova anche negli altri sport”.
Magari con un Ario Costa figliolo per niente prodigo che torna. Si esporta la democrazia, perché non anche i presidenti?

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