Home Approfondimento L’Istituto Pietro Torriglia è una casa… senza riposo

L’Istituto Pietro Torriglia è una casa… senza riposo

da Alberto Bruzzone

(r.p.l.) Quello che ha investito la maggioranza di Palazzo Bianco a Chiavari, a proposito della Fondazione Torriglia e del suo progetto di ampliamento, è un autentico terremoto. Senza mezzi termini. Senza giri di parole.
Il presidente della Fondazione, che gestisce la casa di riposo a Preli, nominato a suo tempo da Di Capua (dopo il sostegno incassato in campagna elettorale), finisce scaricato con un bel calcio nel sedere.
Piazza Levante’ ha toccato il tema del Torriglia in diversi articoli. L’ultimo in ordine di tempo la scorsa settimana. Non vorremmo essere stati noi ad aver causato tutto questo pandemonio ma, a parte gli scherzi, procediamo con ordine.

Secondo uno studio commissionato dal consigliere comunale Alberto Corticelli (che insieme a Giovanni Giardini ha ricevuto dal sindaco la delega a seguire il progetto di ampliamento del Torriglia), ci sarebbero a Chiavari spazi per realizzare una residenza per persone non autosufficienti.
I documenti in possesso di Corticelli parlano di 53 persone in lista d’attesa nel 2017, con “la residenza accreditata Castagnola (Dame e Damine) completa”, citando i dati forniti dall’Asl4 nel 2018.
Per la maggioranza di Palazzo Bianco, “attualmente risultano assistiti 38 chiavaresi inseriti in strutture accreditate, ma solo tredici hanno trovato posto nel Comune di Chiavari”. Si dice anche che “per ottenere un posto accreditato, è necessaria un’attesa di circa un anno”. Sono numeri sulla cui veridicità nessuno discute. E sono assolutamente nuovi.

Alla giunta Di Capua servono per spingere sull’acceleratore, alla voce ampliamento del Torriglia. Che, va ricordato, come statuto è una residenza protetta per anziani autosufficienti, nata, prima ancora, come istituto di mendicità riservato alle famiglie indigenti chiavaresi, secondo precisa volontà del marchese Pietro Torriglia.

Creare un’ala per persone non autosufficienti significherebbe anzitutto stravolgere la missione sociale del Torriglia, a cominciare dal suo statuto. Non è un caso che il sindaco abbia detto di volerlo modificare. Senza però specificare in quali parti. Forse proprio dove si parla dello scopo della Fondazione?

A ragion veduta, questo è assolutamente un altro tipo di servizio, un servizio di tipo sanitario con costi significativamente più alti. Per accogliere trenta posti per non autosufficienti, occorre infatti creare una vera e propria struttura ospedaliera, con tanto di medici e personale formato. Aumentando notevolmente la forza lavoro del Torriglia. Come sta in piedi un’operazione del genere?

Secondo studi eseguiti sulla base di esperienze analoghe, il ‘break even’ (cioè il punto di equilibrio economico) è calcolato intorno ai sessanta posti letto. Con la metà di questi pare difficile far ingranare la struttura. E poi, siamo sicuri che tutte le persone in lista d’attesa sarebbero disposte a pagare rette da 3500 euro in su? Questi, infatti, sono i costi medi per mantenere una persona non autosufficiente in una struttura, mese per mese.

Si dirà che si cerca una convenzione con la Regione, un accreditamento dei posti letto presso l’Asl. Ma gli enti sovraordinati su questo punto da tempo frenano, dato il costo elevato degli accreditamenti e l’enorme deficit della sanità ligure che impegna gran parte del bilancio regionale.

E allora, ha senso imbarcarsi in un’operazione del genere se non si hanno neppure le garanzie di un accreditamento da parte della Regione? Se non si è fatto un ragionamento sui costi e sulle rette conseguenti? Su chi le potrebbe pagare? Se esiste la sostenibilità economica con appena trenta posti letto? Su quanto occorre per raggiungere il punto di pareggio? E ultimo, ma non certo in ordine d’importanza: 3500 euro al mese per una retta sono in linea con lo statuto del Torriglia? Con le sue finalità sociali? Con l’articolo 2 dell’atto costitutivo?

Su come sostenere il progetto di ampliamento, poi, è maturato gran parte dello scontro tra l’amministrazione comunale e il presidente della Fondazione Arnaldo Monteverde.
Il noto commercialista chiavarese (già alleato di Levaggi nel 2012 e poi passato a sostenere Di Capua all’ultima tornata elettorale, facendo convogliare i suoi voti su Alberto Corticelli, come da lui stesso dichiarato) si è sempre mosso secondo i poteri a lui concessi, ma in linea con le indicazioni di Palazzo Bianco. Da tener presente che il sindaco nomina cinque dei sette membri del consiglio di amministrazione, per capire le dinamiche di questa partita.
Quindi, anche se il Torriglia è ufficialmente una Fondazione di diritto privato, il Comune esercita un’enorme influenza, almeno per quanto riguarda le nomine. Una volta scelti i consiglieri, però, dovrebbe rimanere fuori dalla gestione.

Ebbene, l’amministrazione Di Capua sull’ampliamento sembrerebbe volersi smarcare da ogni tipo di rapporto con HGM, che ha preso in affitto la collina delle Grazie per cinquant’anni. Il suo responsabile Francesco Sangiovanni, infatti, ha proposto, sin dai tempi della gestione Bersellini e dell’amministrazione Levaggi, di finanziare il progetto di ampliamento della casa di riposo, ottenendo in permuta l’area ex camping, con l’obiettivo di realizzare una struttura recettiva, oltre all’albergo diffuso presso la collina delle Grazie, di cui per la verità non vi è ancora traccia.
Di Capua, in un comunicato stampa emesso lunedì, accusa HGM “di non aver presentato alcun progetto di trasformazione e recupero per realizzare l’albergo diffuso, ma di cercare solo di acquisire le aree pregiate delle piana di Preli di proprietà del Torriglia”.
Sempre secondo Di Capua, “il piano regolatore approvato e non ancora definitivo (per fortuna) prevedeva la possibilità di intervenire sull’ex cantierino del Torriglia attraverso il ‘piano casa’, ovvero la possibilità di ampliare la volumetria esistente del 35% e di attuare la trasformazione d’uso in appartamenti”.
A rafforzare questa posizione, l’amministrazione – muovendosi sul filo della privacy – mostra la bozza di accordo proposta da HGM alla Fondazione lo scorso 5 settembre.

Al punto 3D è chiaramente scritto: “Riteniamo, inoltre, che sia necessario prevedere a favore della scrivente un diritto di prelazione su eventuali sviluppi edificatori che possano avere ad oggetto le vostre proprietà ubicate in corso Buenos Aires (cosiddetti cantierini), che venga garantito dalle Pubbliche Autorità lo spostamento del depuratore e che la futura destinazione delle aree e manufatti, in cui oggi esso insiste, sia compatibile ed integrabile con la pianificazione che sarà caratterizzante l’intervento che HGM si propone di realizzare”.

In tutto questo quadro, Di Capua assicura che il futuro depuratore di vallata “non sarà a Preli” (smentendo quanto affermato da lui stesso all’inizio della campagna elettorale: “Il depuratore deve rimanere dove si trova, a Preli, e adeguato con un intervento di ammodernamento”), e fa suonare l’allarme sul rischio di edilizia residenziale in fondo a corso Buenos Aires.
Quest’ultima, va dato atto, è una mossa assolutamente giusta. Fatto sta che, è cronaca di quest’inizio di settimana, questa permuta con HGM, a tali condizioni troppo impegnative (e qualcuno dice speculative) non può andare in porto.

Di Capua accusa Monteverde di aver “escluso la possibilità di utilizzare il sistema della finanza di progetto, che poteva essere uno dei tanti metodi suggeriti dalla segretaria comunale, e ha perseguito una trattativa con Hgm che prevedeva la realizzazione di volumi a carattere residenziale, da noi totalmente esclusi nel programma elettorale”.
Monteverde replica di aver avuto preciso mandato da Palazzo Bianco, per trattare con HGM. Insomma, colpa di tutti e colpa di nessuno. Ma la testa che deve rotolare è quella del presidente della Fondazione.

In questo complesso scenario, alla giunta punge forse la vaghezza di abbandonare il progetto di ampliamento? Al contrario.
Non si può realizzare una permuta con HGM? E’ lo stesso, allora il Torriglia si deve accollare per intero il costo di un mutuo ventennale da quattro milioni e mezzo di euro. Senza la possibilità che Palazzo Bianco possa intervenire con un solo centesimo.
Non c’è legge che vieti alcun tipo d’interferenza politica e d’indirizzo del Comune sull’attività della Fondazione Torriglia, ma quando si tratta di tirar fuori i quattrini, invece, i regolamenti non lo consentono. Però questo ampliamento va fatto, costi quello che costi.

E si torna all’altro punto sollevato da ‘Piazza Levante’ nel numero scorso. Quale banca, di fronte a un bilancio come quello del Torriglia, potrà mai concedere un mutuo ventennale da quattro milioni e mezzo di euro? E la Fondazione, che ha già un deficit di circa duecentomila euro nella gestione ordinaria, potrà pagare una rata annuale di trecentomila per il nuovo mutuo acceso? Lo sanno i chiavaresi che il Torriglia sta ancora pagando un mutuo ventennale acceso nel 2000 per la ristrutturazione della casa di riposo?

Il quadro è piuttosto negativo: perdite nella gestione ordinaria, mutuo già acceso, mancanza di un piano industriale, rate ventennali dell’ipotizzato nuovo mutuo che, già di per sé, rendono assai ‘nervosi’ gli istituti di credito, più propensi a contenere la durata degli accordi.

E ancora, il crollo vertiginoso degli ospiti della casa di riposo. Una delle voci principali nel computo delle entrate: le persone che pagano la retta. Solo nell’ultimo anno, sono deceduti diciassette anziani. Altri sono andati via, presso altri istituti, impossibilitati a sostenere gli aumenti mensili. Si è passati da un range compreso tra 1200 e 1900 euro mensili a rette che arrivano sino a 2500! Oltre il doppio rispetto al costo base, quasi il trenta per cento in più rispetto al vecchio tetto massimo.

Palazzo Bianco ha preso in considerazione tutti questi elementi? Oppure c’è una precisa volontà d’indebitare ulteriormente il Torriglia? E, a quel punto, come si farebbe a salvare la casa di riposo? Vendendo ulteriori terreni? A chi e con quali scopi? Perché adesso diventa così importante spostare il depuratore di Preli, mentre ieri non pareva necessario? Perché Di Capua ha cambiato idea? Cos’è successo nel frattempo?

Il progetto della nuova ala dell’Istituto Torriglia realizzata dall’architetto Enrico Davide Bona

Tutti questi sembrano scenari lontanissimi. Invece i numeri corrono veloci, i soldi ancor di più e i debiti li seguono. Sarebbe bene che la maggioranza facesse chiarezza su tutto, in nome della trasparenza tanto sbandierata, specie in queste ultime settimane.

Ai signori di Palazzo Bianco, ma a tutti i chiavaresi, ci permettiamo di ricordare l’articolo 16 dello statuto del Torriglia, dal titolo ‘Gestione contabile’: “Ogni delibera che comporti oneri a carico del bilancio dell’esercizio in corso o di futuri esercizi deve indicare la relativa copertura finanziaria”.
Ebbene, come s’intende coprire il debito di quattro milioni e mezzo? Piano industriale cercasi.

Su una cosa sola si è tutti d’accordo. Siccome i chiavaresi sono molto affezionati al Torriglia, non è forse il caso che tutta la questione esca dalle segrete stanze e diventi di dominio pubblico? Perché non organizzare un dibattito in città su come gestire l’operazione? Perché non chiedere il parere dei chiavaresi, attraverso i numerosi strumenti democratici a disposizione? Davvero la città vuole questo ampliamento? Davvero vuole quel progetto altamente impattante?
Sarebbe bello, nei panni di un amministratore pubblico, udire le opinioni di tutti, all’insegna della democrazia. Oppure Palazzo Bianco ha troppa fretta per ascoltare i chiavaresi?

Di certo oggi, dopo tre giorni di scambi d’accuse, conferenze stampa, comunicati e ‘fuga’ (controllata) di documenti, una sola cosa è certa.
L’Istituto Pietro Torriglia è una casa… senza riposo.

LE INTERVISTE DI MARISA SPINA A MARCO DI CAPUA E AD ARNALDO MONTEVERDE

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