Riciclo dei rifiuti, l’Italia guida la classifica europea. In Liguria il sogno è superare le discariche
Attualità, In primo piano

Riciclo dei rifiuti, l’Italia guida la classifica europea. In Liguria il sogno è superare le discariche

di ENRICO LASTRICO *

É indubbio che il consumismo ha pervaso (con maggiore o minore intensità a seconda delle congiunture economiche del momento) gli ultimi 40 anni del secolo scorso e prosegue nel presente secolo.
Abbiamo sempre più cose e ‘sentiamo la necessità’ di comprarne di nuove e, dalla rivoluzione industriale di fine ‘800, siamo arrivati oggi a Industria 4.0 e siamo diventati sempre più bravi a produrre oggetti con una vita ‘programmata’: si devono rompere dopo un ben definito periodo di tempo (elettrodomestici, autovetture, ecc.) oppure si devono evolvere nelle loro funzioni caratteristiche in modo da risultare obsoleti dopo qualche anno (smart tv, telefonini, computer, hifi, ecc.).
Una volta sostituiti da altri nuovi, quelli in disuso devono quindi essere smaltiti, ma buona parte dei materiali con cui sono costruiti impiegano anni per essere ‘assorbiti’ dall’ambiente se lì vengono abbandonati; lo stesso vale anche per oggetti di uso quotidiano ormai diventati ‘usa e getta’ per molti di noi. Inoltre, la sempre maggiore circolazione delle merci obbliga i produttori di alimenti e di beni di consumo ad utilizzare grandissime quantità di imballaggi e packaging che devono essere smaltite correttamente affinché non restino nell’ambiente (v. tabella).

Ecco quindi perché occorre gestire al meglio i rifiuti che noi tutti produciamo e proteggere l’ambiente in cui viviamo mettendo in pratica politiche lungimiranti che mirino sia al recupero e al riutilizzo che alla riduzione dei rifiuti stessi. Ma prima di trarre le conclusioni, facciamo un passo indietro analizzando gli aspetti che si riveleranno determinanti alla riuscita del progetto di salvaguardia dell’ambiente.

L’Italia del riciclo
Il riciclo dei rifiuti rappresenta un’arma dall’enorme potenziale per perseguire gli obiettivi di un ambiente pulito e di una crescita sostenibile e a sorpresa l’Italia è all’avanguardia europea nel comparto del riciclo, dei macchinari per la lavorazione delle plastiche usate o con i centri ricerca di Novara e Ferrara proprio sulle plastiche.

Oggi l’Italia è lo Stato che ricicla di più tra i primi 5 Paesi industrializzati dell’Unione Europea: più della Francia, più della Germania, molto più della media Ue che è appena il 37%. Il Belpaese ricicla ben il 76,9% dei suoi rifiuti, rivela Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione. I cugini d’Oltralpe solo il 54%, i tedeschi (sempre primi della classe) soltanto il 43%. I britannici (con un piede già fuori dalla Ue) si fermano al 44%. La media europea è appena al 37%, meno della metà di quella italiana.
In valore assoluto la Germania ricicla più spazzatura di noi: 72,4 milioni di tonnellate, contro le 56,4 del nostro paese; tuttavia, anche dal punto di vista della quantità, l’Italia è comunque al secondo posto nella Ue.

I flussi più rilevanti per l’Italia sono rappresentati dai rifiuti riciclabili tradizionali (carta, plastica, vetro, metalli, legno, tessili): 26 milioni di tonnellate; seguono i rifiuti misti avviati a selezione (14 milioni), i rifiuti organici e verdi (6 milioni) e i rifiuti chimici (1,7 milioni). L’Italia è anche il secondo Paese europeo, dopo la Germania, in termini di fatturato e di addetti nel settore della preparazione al riciclo.
Ma perché questo primato? Al ministero dell’Ambiente danno alcune spiegazioni. Prima di tutto i paesi del Nordeuropa, che hanno una raccolta differenziata molto avanzata, bruciano metà della spazzatura nei termovalorizzatori per produrre energia e questo abbassa notevolmente la percentuale di rifiuti riciclati.
In secondo luogo la media europea di riciclaggio è bassa anche a causa dei paesi dell’est dove, in alcuni casi, finisce in discarica fino all’80% dei rifiuti.
Infine, si sta procedendo verso un ambizioso rilancio delle politiche di gestione dei rifiuti, che si pone l’obiettivo di una maggiore circolarità delle risorse. I nuovi e più sfidanti target proposti dal Pacchetto sull’Economia Circolare e la contemporanea adozione di modalità uniformi per il calcolo del quantitativo di rifiuti effettivamente riciclati avranno sicuramente un forte impatto sul mercato del riciclo, ma anche sul sistema Paese nel suo complesso.
Dal punto di vista economico saranno necessari nuovi progetti di investimento, con effetti positivi anche in termini occupazionali, e dal punto di vista ambientale tali processi contribuiranno alla riduzione delle emissioni di gas climalteranti e al contenimento degli impatti sull’ambiente derivanti dall’estrazione delle materie prime vergini. Ulteriore, auspicabile, effetto positivo sarà quello di contribuire a stabilizzare la domanda e i prezzi dei materiali riciclati fornendo maggiori certezze agli investitori.

Siamo quindi di fronte ad un tessuto industriale vero e proprio altamente specializzato, che si è sviluppato in seguito all’evolversi delle norme, e alla progressiva complessità della struttura costitutiva dei prodotti e degli imballaggi sempre più difficili da separare e riciclare.

Complessivamente in Italia sono oltre 10.500 le imprese che, indipendentemente dal loro settore economico di appartenenza, svolgono in concreto attività di gestione dei rifiuti allo scopo di recuperarli o smaltirli. Le Unità Locali (UL), ovvero le singole sedi dove si espleta operativamente l’attività di impresa, sono poco più di 11.700 nel 2015.

A partire dalla fine degli anni ’90 si sviluppa una notevole trasformazione della struttura imprenditoriale dei soggetti aventi un profilo di gestione dei rifiuti, con un grosso aumento delle società di capitale già nei primi anni del 2000 e una riduzione costante delle imprese individuali, che si sono praticamente dimezzate tra il 1999 e il 2015 a testimonianza del fatto che i processi industriali diventano man mano sempre più rigorosi, anche in seguito all’evolversi delle norme, e che i prodotti e gli imballaggi, cioè i rifiuti da trattare, complicano progressivamente sempre più la propria struttura costitutiva (i poliaccoppiati ad esempio costituiti da due o più materiali diversi incollati assieme) e quindi sono sempre più difficili da riciclare.

 Gli impianti dove si riciclano rifiuti sono circa 7.200 nel 2015 e pesano quindi per il 60% sul totale dei gestori di rifiuti in Italia; gli addetti impiegati attualmente presso questi gestori sono quasi 135.000. Approssimativamente il 55% degli impianti dei riciclatori si trova al Nord-Italia, il 20% al Centro e il 25% al Sud e nelle Isole e impiegano, nell’ordine, quasi il 60%, il 15% e poco più del 25% degli addetti a livello nazionale.

Da analisi condotte da Ecocerved, società consortile del sistema italiano delle Camere di Commercio, sull’universo dei recuperatori di materia, emerge che il fatturato complessivo annuo del sistema è stimabile in circa 39 miliardi di euro e il valore aggiunto prodotto dall’industria del riciclo, cioè l’incremento di valore che si verifica nell’ambito della produzione e distribuzione di beni e servizi finali grazie all’intervento dei fattori produttivi (capitale e lavoro) a partire da beni e risorse primarie iniziali, ammonta nel 2015 a 12,6 miliardi di euro, equivalenti a circa l’1% del PIL italiano.

Tuttavia, nonostante il sistema complessivo generi valore, alcuni settori vanno osservati attentamente soprattutto dal punto di vista economico: è il caso del CONAI, Consorzio Nazionale Imballaggi, che, nel suo recente (novembre 2017) Piano Specifico di Prevenzione e Gestione degli Imballaggi e dei rifiuti di Imballaggio per l’anno 2018, prevede a fine anno un ricavo complessivo di 874 milioni di euro a fronte però di un costo totale di 931 milioni di euro generando un disavanzo di 59 milioni di euro; nel 2018, come anche nel 2017, la crescita dei ricavi non coprirà interamente l’incremento atteso dei costi di ritiro e avvio a riciclo dei rifiuti gestiti e quindi, per far fronte a tale risultato negativo, si dovrà attingere alle riserve maturate negli esercizi degli anni precedenti che si porteranno a circa 138 milioni di euro a fine anno.

Il mercato delle materie riciclate
Nonostante che gli italiani raccolgano e ci sia un’industria del riciclo consolidata e attiva, in Italia (e in Europa) il mercato a valle è molto debole: i prodotti rigenerati non piacciono molto. Fino a pochi mesi fa lo sfogo era prevalentemente la Cina, verso la quale si esportavano carta da macero, vetro, plastiche e altri materiali pronti per essere riutilizzati. Tuttavia, dopo anni di inquinamento eccessivo, il paese asiatico sta implementando e le tecniche di raccolta e riciclo e comincia a non avere più bisogno delle materie di scarto dell’Europa, quindi non richiede più tali materiali e getta nel panico l’industria italiana della rigenerazione.

La criticità della situazione è denunciata dai grandi players nazionali come Corepla, il primo consorzio nazionale per il recupero della plastica, o Unirima, l’associazione delle maggiori imprese di rigenerazione della carta aderente alla Cisambiente Confindustria, secondo i quali l’Europa rischia di riempirsi di materiali usati a cui non riesce a trovare una destinazione.
Un caso eclatante è quello del Regno Unito che raccoglie moltissima carta da macero, ma che, a differenza dell’Italia, ha una magra capacità di assorbirla e che devia verso la Germania i materiali da riciclare; la Germania a sua volta invade l’Italia con materie o con prodotti finiti da riciclo e le conseguenze sono che i valori crollano, il mercato si satura e i magazzini si riempiono.

In qualche caso addirittura non c’è modo di liberare i piazzali ingombri di montagne di residui selezionatissimi di qualità che diventano facile preda degli incendi. Inoltre, purtroppo, in Italia, a causa delle opposizioni locali, è raro lo sbocco più opportuno diffuso in tutta l’Europa del Nord, cioè l’uso dei materiali selezionati come combustibile di alta qualità per cementifici e impianti di teleriscaldamento al posto di combustibili pesanti di origine petrolifera.
Secondo Corepla diventa una priorità rafforzare la ricerca e lo sviluppo per creare il mercato finale dei prodotti a base di materiali riciclati ed è importantissimo che decolli il cosiddetto il green procurement, cioè gli appalti ecologici; anche se sarebbero costrette per legge, le amministrazioni pubbliche fanno fatica a mettere nei capitolati dei bandi di fornitura l’obbligo di materiale riciclato.

Curiosità
In considerazione della globalizzazione dei mercati e della circolazione sempre più vorticosa delle merci, anche i rifiuti non sono da meno; è infatti curioso segnalare quanto riportato nel rapporto rifiuti ISPRA del 2017 e cioè che nel 2016 l’Italia ha esportato circa 433.000 tonnellate di rifiuti, ma ne ha anche importato circa 208.000 tonnellate, costituite prevalentemente da plastica, vetro, rifiuti da abbigliamento e tessuti, carta e cartone, di cui 2.834 tonnellate destinate in Liguria a fronte di una esportazione di 778 tonnellate.

La situazione impiantistica nella nostra regione
E’ ormai noto che un sistema efficiente ed efficace di gestione dei rifiuti deve avere due caratteristiche fondamentali:

  • possedere tutti gli impianti necessari alla gestione (dalla selezione, al compostaggio, al trattamento meccanico/biologico, alla termovalorizzazione e alla discarica) nel raggio di pochi chilometri rispetto alle zone di produzione e raccolta dei rifiuti;
  • essere progettato partendo dagli impianti finali disponibili sul territorio e costruendo successivamente le varie filiere di raccolta e definendo le modalità con cui i cittadini devono gestire e separare i rifiuti prodotti.

Una sorta di percorso rovesciato che però consente di non sprecare risorse, di calibrare al meglio i costi del sistema complessivo di gestione e di raggiungere gli obiettivi prefissati di raccolta differenziata e riciclo dei materiali.
In Italia la dotazione impiantistica non è distribuita in modo uniforme sul territorio nazionale: approssimativamente il 55% dei riciclatori si trova al Nord (4.072 impianti), il 20% al Centro (1.365 impianti) e il 25% al Sud e nelle Isole (1.756 impianti) per complessivi 7.193 impianti di riciclo dei rifiuti ricalcando sostanzialmente la classifica della raccolta differenziata in Italia, certamente più alta al nord.
Se guardiamo la regione leader in Italia per la raccolta differenziata, il Veneto con il 73% di RD nel 2016, scopriamo che sul suo territorio sono presenti ben 39 impianti di compostaggio, 6 di trattamento meccanico/biologico, 5 di trattamento integrato aerobico/anaerobico, 4 biodigestori anaerobici, ma anche 10 discariche e 3 inceneritori.

Va da sé che l’assenza di impianti per il trattamento dei rifiuti costringe a sostenere costi di trasporto sempre maggiori man mano che si cresce con le raccolte differenziate: ogni tipo di materiale deve essere veicolato presso impianti specifici che possono essere, come nel caso ad esempio di Genova, fuori regione. Il costo che attualmente viene sostenuto dai cittadini genovesi per il trasporto in Piemonte dei rifiuti è pari a circa 28.000.000 di euro all’anno (dato 2016); ogni giorno infatti centinaia di tonnellate di rifiuto vengono trasportate presso impianti del Piemonte o della Lombardia. La discarica di Scarpino, chiusa dal 2014, è stata riaperta solo all’inizio del mese di settembre 2018.

La situazione impiantistica ligure, come recita l’ultimo rapporto sui rifiuti urbani dell’ISPRA, resta comunque molto critica e assolutamente insufficiente per una corretta gestione del ciclo dei rifiuti: sono infatti presenti 4 discariche per rifiuti urbani per 260.000 tonnellate, 5 impianti di compostaggio per complessive 22.000 tonnellate, 4 impianti di trattamento meccanico/biologico per 240.000 tonnellate, 1 per trattamento integrato aerobico/anaerobico per 20.000 tonnellate; completano il quadro 75 tra centri di raccolta e stazioni ecologiche dove i cittadini possono conferire i rifiuti ingombranti di cui 2 a Imperia, 1 a Savona, 4 a Genova e 3 a La Spezia. Visto che nel 2016 la produzione complessiva di rifiuti della Liguria è di circa 845.000 tonnellate, almeno 300.000 tonnellate sono state gestite da impianti fuori regione.

Per tentare di correre ai ripari, la Regione Liguria ha approvato con dcr n.14 del 25 marzo 2015 il Piano regionale di gestione dei rifiuti e i documenti di pianificazione di dettaglio connessi; la cui strategia è costituita da alcuni punti cardine: superamento della frammentazione gestionale, incremento della raccolta differenziata finalizzata al recupero ed al riciclaggio dei rifiuti, sostituzione degli impianti di smaltimento con impianti di trattamento in grado di valorizzare le componenti del rifiuto e limitare al minimo le frazioni residue (v. tabella).
Tutto questo in piena coerenza alla cosiddetta gerarchia dei rifiuti che vede come prioritarie: prevenzione della produzione, preparazione per il riutilizzo, riciclaggio e recupero anche energetico, con un ruolo esclusivamente residuale delle discariche.

La fase evolutiva del piano attualmente in corso, prevede il superamento delle discariche, in coerenza con l’affermazione di principi comunitari volti a restringerne in misura crescente il ruolo, e la loro sostituzione con impianti di trattamento meccanico/biologico in grado di produrre con la frazione secca del rifiuto residuo dalle raccolta differenziate, un combustibile solido secondario, oltre che a perseguire un ulteriore recupero di materia, e digestori anaerobici in grado di produrre biogas dalla frazione organica.

A livello di organizzazione dei servizi, l’obiettivo è quello di aggregare i livelli territoriali per disporre di servizi estesi ad ambiti sovracomunali o provinciali, valorizzando così modelli integrati di fornitura e favorendo l’omogeneità delle prestazioni dei servizi fa gli enti locali.
La politica della Regione si è orientata a produrre azioni di supporto ed incentivo nei confronti degli Enti locali, ai quali spettano le funzioni operative del settore, mettendo in atto un sistema articolato di premialità e penalizzazioni di tipo fiscale e tecnico che fa riferimento a leggi regionali del settore e valorizzando comunicazione, sensibilizzazione e buone pratiche di gestione.
Va però sottolineato che, stante le attuali tecnologie, per ora non si potrà giungere all’eliminazione totale delle discariche in quanto gli impianti di trattamento, data la scarsa purezza dei rifiuti in ingresso e la composizione degli stessi fatta di materiali diversi indissolubilmente legati (poliaccoppiati, ad es.), comunque producono scarti che non possono essere ulteriormente riciclati e quindi, seppur in minima quantità, devono trovare la destinazione finale nelle discariche o nei termovalorizzatori anche tramite l’esportazione fuori regione o lungo canali internazionali.

I consorzi di recupero
I rifiuti urbani raccolti in maniera differenziata non ‘finiscono tutti insieme’ come qualcuno sostiene, ma vengono avviati dalle aziende o dai Comuni in modo separato verso le numerose filiere di recupero; è infatti severamente vietato miscelare i rifiuti o smaltirli in modo non corretto rispetto a quanto prevede la normativa e gli enti di controllo (ARPA, NOE, GdF, CFS, VVUU, ecc.) sono in grado di elevare pesantissime sanzioni pecuniarie e penali nei confronti dei trasgressori.
In riferimento alla ‘responsabilità estesa del produttore’, l’Italia già dal 1997, con il Decreto Ronchi, imponeva ai produttori di imballaggi di acciaio, alluminio, carta, legno, plastica e vetro la costituzione di consorzi non a fine di lucro con lo scopo di garantire il recupero degli imballaggi immessi al consumo; ciò avviene oggi in base a specifiche convenzioni sottoscritte con i Comuni e regolate dall’Accordo Quadro Nazionale ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani), CONAI (Consorzio Nazionale Imballaggi) che rappresenta per i cittadini la garanzia che i materiali provenienti dalla raccolta differenziata trovino pieno utilizzo attraverso corretti processi di recupero e riciclo.

Le aziende produttrici di imballaggi aderenti al Consorzio versano un Contributo obbligatorio che rappresenta la forma di finanziamento che permette al CONAI di intervenire a sostegno delle attività di raccolta differenziata e di riciclo dei rifiuti di imballaggi.
CONAI indirizza l’attività e garantisce i risultati di recupero di 6 Consorzi dei materiali: acciaio (RICREA), alluminio (CIAL), carta/cartone (COMIECO), legno (RILEGNO), plastica (COREPLA), vetro (COREVE), garantendo il necessario raccordo tra questi e la Pubblica Amministrazione.
I rifiuti raccolti in modo differenziato vengono conferiti presso i vari consorzi che versano ai Comuni o alle aziende delegate dai Comuni un corrispettivo previsto annualmente all’interno degli accordi ANCI-CONAI tanto più alto quanto più ‘pulito’ è il materiale conferito, cioè privo di frazioni estranee.
I rifiuti raccolti in maniera differenziata non possono finire quindi ‘tutti insieme’ in discarica.

Lo stesso accade anche per altri materiali, anche pericolosi, che vengono gestiti da appositi consorzi; è il caso degli oli vegetali e animali esausti (CONOE), degli oli minerali esausti (CONOU), dell’organico domestico destinato al compostaggio (CIC), delle batterie (COBAT), degli pneumatici fuori uso (ECOPNEUS), degli abiti usati (CONAU), delle cassette della frutta e verdura in plastica (CONIP) e molti altri.
Sulla scorta della nascita del CONAI, qualche anno più tardi nascono col D.lgs 151/2005 anche i cosiddetti ‘Sistemi Collettivi’, cioè consorzi o società fondati e finanziati dai produttori di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (frigoriferi, congelatori, condizionatori, lavatrici, lavastoviglie, televisori, computer, lampadine, tubi al neon, piccoli elettrodomestici, ecc.) per assolvere collettivamente al recupero di tali prodotti. I consorzi oggi operanti in Italia sono 16 e sono indirizzati dal Centro di Coordinamento RAEE (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche); grazie a questi soggetti oggi è possibile smaltire un nostro rifiuto elettronico consegnandolo presso qualsiasi rivenditore senza pagare nulla.
In questo caso i Sistemi Collettivi si preoccupano di ritirare gratuitamente presso i centri di raccolta o le isole ecologiche dei Comuni o delle aziende delegate i RAEE raccolti come ingombranti e riconoscono un premio economico di efficienza in base allo stivaggio dei RAEE nei singoli cassoni per il trasporto e garantiscono il completo riciclo dei prodotti.

A onor del vero occorre anche sfatare il luogo comune che dice che si guadagna moltissimo facendo la raccolta differenziata e vendendo a libero mercato il rifiuto raccolto separatamente; come abbiamo visto in precedenza, il mercato non dice proprio così e i corrispettivi erogati dai consorzi non coprono certo i costi delle raccolte, ma forniscono solo un parziale contributo. Infatti, più si rende complesso il sistema aumentando le raccolte differenziate, maggiori risorse sono necessarie per lo svolgimento dei servizi e di conseguenza i costi aumentano, ma l’aumento può essere contenuto un pò con una oculata destinazione dei rifiuti raccolti.
(1/ l’inchiesta prosegue nel prossimo numero)

Fonti:

  •  www.legambienteonline.it
    Le notizie di Legambiente dal territorio
  • EUROSTAT – Ufficio Statistico dell’Unione Europea
  • Ecocerved, società consortile del sistema italiano delle Camere di Commercio – Rapporto ‘Greenitaly 2017’
  • Fondazione per lo sviluppo sostenibile FISE UNIRE, Unione Nazionale Imprese Recupero – Rapporto ‘L’Italia del riciclo 2017’
  • ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale – Rapporto Rifiuti Urbani – Edizione 2017
  • REGIONE LIGURIA – Piano Regionale di Gestione Dei Rifiuti e Delle Bonifiche – Sezione Rifiuti Urbani del marzo 2015
  • CONAI – Consorzio Nazionale Imballaggi – Piano Specifico di Prevenzione e Gestione degli Imballaggi e dei rifiuti di Imballaggio – anno 2018

* (l’autore è un esperto di analisi, progettazione, gestione e commercializzazione di servizi ambientali e di igiene urbana)

6 Settembre 2018
RECENT COMMENTS
FlICKR GALLERY
THEMEVAN

We are addicted to WordPress development and provide Easy to using & Shine Looking themes selling on ThemeForest.

Tel : (000) 456-7890
Email : mail@CompanyName.com
Address : NO 86 XX ROAD, XCITY, XCOUNTRY.