Home Approfondimento Tito Mangiante spegne la telecamera: una vita per immagini

Tito Mangiante spegne la telecamera: una vita per immagini

da Alberto Bruzzone

Tito Mangiante (primo da sinistra), storico operatore della Rai

di MATTEO GERBONI

Ha sempre usato il linguaggio delle immagini. All’inizio attratto dalla macchina fotografica, quindi stregato dalla telecamera. Per quarant’anni Tito Mangiante ha raccontato la storia del nostro Tigullio attraverso il suo obiettivo. Poche settimane fa ha deciso di dire basta, dedicandosi alla meritata pensione e alla sua seconda grande passione: volare sugli ultraleggeri.
“Ho dovuto farlo, arriva il momento in cui è giusto spegnere la telecamera e iniziare un’altra vita”, lo dice cadenzando le parole, ma il suo sorriso è sincero.
Una grande carriera senza soste e senza orari ‘scrivendo’ con le immagini fatti più o meno importanti, attraversando tutti i mutamenti tecnologici del mondo delle telecamere e arrivando fino all’hd.
“Il primo passo è stato frequentare una scuola di fotografia a Roma – racconta Tito – Poi, quando sono nate le prime televisioni private, ho subito capito che quella sarebbe stata la mia strada. A Chiavari la mia avventura è iniziata con Alerano Ginocchio che aveva appena fondato Radio Expert e Tele Chiavari, ma l’assunzione è arrivata grazie a Vittorio Chiesa, una grande persona, che era entrato a 2Riviere tv. Un’emittente che trasmetteva da Montecarlo alla Toscana. In quel periodo conobbi anche Giuliano Vignolo e quella fu la mia grande fortuna”.
Uno giornalista e l’altro cameramen con grande spirito imprenditoriale: “Nel 1985 decidemmo insieme di acquistare l’attrezzatura e aprire uno studio in piazza Garibaldi a Chiavari creando Ctr (Centro televisivo regionale). Siamo andati da Salvatore Cingari editore di Tele Regione con Paolo Pinat che ci faceva da garante ed era proprietario di numerosi ponti, non a caso qualche tempo dopo creò Entella Tv. A Cingari proponemmo la realizzazione di un telegiornale dal Tigullio e fu un grande successo. Facevamo di tutto, eravamo sempre sulla notizia. Seguivamo con grande attenzione l’Entella allenata da Giampiero Ventura, grazie al prezioso supporto di Massimo Russo”.
Chiamiamoli i pionieri della televisione con tutti gli incerti del mestiere: fissare intensamente una scatola di scarpe fingendo che sia un monitor, schivare i frammenti incandescenti di lampade senza griglia di protezione esplose durante il tigì, sudare dentro giacche di lana cotta in uno studio a temperature caraibiche.
I cameramen erano uomini di fatica, più che tecnici: le telecamere erano enormi e pesantissime, per non parlare di quel cassone travestito da Vcr: il famigerato videoregistratore dove si infilavano le cassette Vhs.
“Nel 1996 iniziai a collaborare in esclusiva con la Rai – continua Tito – un rapporto nato grazie allo sport, le prime immagini che ho recapitato in corso Europa sono state proprio quelle con le partite dell’Entella”. Mangiante ha la stoffa del fuoriclasse. Preciso, attento, quasi meticoloso nella ricerca dell’inquadratura migliore. Il Tigullio gli sta stretto e la Rai gli chiede di fare spesso la valigia. Tito ammette: “E’ stato un lunghissimo percorso entusiasmante e ricco di soddisfazioni”. Inizia una vita vissuta come una grande avventura. Alla scoperta degli altri. Delle vite degli altri. Con l’obiettivo di raccontarle, di mostrarle in immagini, di trasformarle in esperienza vissuta dal pubblico, in vite che si innestano dentro altre vite.
“Sono stato con Tarcisio Mazzeo, grande giornalista e persona straordinaria – sottolinea – in Etiopia, Brasile, Santo Domingo, Filippine, Mozambico per realizzare reportage sulla povertà. Abbiamo attraversato le favelas e in quei momenti vorresti riprendere per ore e ore, il tuo unico obiettivo è riuscire a raccontare quella desolazione per tentare di aiutare persone e bambini disperati. Il loro sguardo ti entra dentro e non lo dimentichi più”.
Tanti servizi, approfondimenti, immagini spesso in esclusiva: “Quanti viaggi per la trasmissione Mediterraneo con Alessandra Rissotto. Un mare di avventure. Ricordo quando siamo entrati nel carcere di Gorgona, restai senza parole”.
Moltissimi speciali anche per il Tg1: “Quello su Elena Bono realizzato con Pierluigi Varvesi fu una bella pagina di televisione o ancora il viaggio in pullman verso la Romania realizzato con Mazzeo”.
Gli aneddoti sono un’infinità e rappresentano perle preziose: “Potrei scrivere tranquillamente un libro. Solo a Portofino mi vengono in mente mille episodi. Dopo un concerto in piazzetta, Ray Charles decise di rilasciare un’intervista e chiese d’incontrare il giornalista della Rai, ma il collega era già andato via. A quel punto mi presentai io con la telecamera e vidi lì vicino Amii Stewart. Le chiesi: ‘Perchè non fai tu l’intervista?’. Lei divertita, accettò subito. Fu bravissima, ma le sue domande non andarono in onda perché non era assunta in Rai… Ma nacque una bella amicizia. Restando a Portofino, quando scomparve la contessa Agusta fui il primo ad arrivare e l’unico a salire in villa con la telecamera. Raggio si fidava e parlava solo con me. Restai fisso in piazzetta per oltre un mese, di giorno e spesso anche la notte”.

Sempre disponibile, gentile e collaborativo, non ha mai fatto mancare un consiglio o un suggerimento ai colleghi più giovani: “Quando ero giovane non c’era la televisione, andavi al cinema e lì c’era tutto. Da piccolo, questo mi affascinava. Ora tutto è cambiato. Una volta si esigeva molta più competenza da parte di chi girava, più capacità di lavorare con la telecamera. Era piuttosto complicato. Oggi, molti che padroneggiano una tecnologia si definiscono cameramen, senza conoscere la sostanza di questo lavoro. Ma ci sono anche tanti colleghi bravi e competenti che sanno fare questo mestiere e hanno grande passione. Quella non deve mancare mai”.
Tito non ha mai nascosto di essere un tifoso dell’Entella, pur restando sempre super partes e mantenendo la sua tradizionale obiettività. La società del presidente Gozzi lo ha salutato con una notizia sul sito ufficiale e sui social network. Su Facebook sono arrivati decine e decine di messaggi di colleghi e amici: “Non sono amante dei social e non lo sapevo. Quando ho letto tutti quei post carichi di affetto e di amicizia mi sono venuti i brividi”.

Ora si dedicherà al volo, da trent’anni gli ultraleggeri sono il suo hobby a cui si è aggiunto il gommone volante: “Quando decolli senti l’adrenalina che sale, quando sei in cielo ti senti un uomo fortunato. E io lo sono stato. Perché tutto questo non sarebbe stato possibile se non avessi incontrato una persona come Luciana, mia moglie. Un grande amore che non smetterò mai di ringraziare”.
E’ questa l’immagine che gli sta più a cuore. Lo capisci, mentre ti stringe la mano e abbassa lo sguardo per nascondere gli occhi all’improvviso lucidi.
Buona vita, amico di tutti noi.

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